Galandumicchie ha scritto:Carissimo (o carissima, non so),
non mi è chiaro se sei un gestore del sito o un utente abituale, ma poco importa: sollevi questioni estremanente pertinenti e importanti.
Quello che pposso dirti è che, dal mio lato, starò molto attento a respingere con cortesia e rispetto persone che risulti palese che hanno bisogno di un supporto di altro tipo, più strettamente terapeutico.
Ti ringrazio per la risposta chiara, educata e aperta al dialogo costruttivo, non è scontato di questi tempi.
Riprendo il passaggio sulla possibilità di “respingere” situazioni che richiederebbero un supporto diverso, perché è proprio lì che si colloca la mia perplessità iniziale. Anche con le migliori intenzioni, non sempre è semplice riconoscere con chiarezza dove finisca un confronto informale e dove inizi una richiesta che intercetta fragilità più profonde, soprattutto senza una formazione clinica specifica.
In effetti mi rendo conto che la formulazione del messaggio si presta alle obiezioni che giustamente poni: la prossima volta provo a riformularla in modo da dare ancora più chiaramente il senso di una chiacchierata e non far sembrare che sia una cosa che possa sconfinare in una forma non dichiarata di "terapia".
Quello che mi riproporrei di fare è ciò che da tempo mi capita di fare con amici, in modo del tutto informale, e da cui mi dicono di aver tratto giovamento nell'individuare certi meccanismi e dinamiche (e capita che loro lo facciano con me).
Si tratta alla fin fine di un feedback: provo a farti vedere cose che magari non hai visto di te (perché dall'esterno è più facile) e poi ne fai quello che ritieni.
Capisco meglio ora cosa intendi e l’analogia con le dinamiche tra amici, ma continuo a pensare che, in un contesto come questo forum - dove si incrociano anche vissuti molto dolorosi - alcune terminologie (feedback, dinamiche, meccanismi) e il setting (colloqui dove provi a far vedere cose che magari non hai visto di te) rendano il confine particolarmente sottile e facile da fraintendere.
Più che alle intenzioni, il mio riferimento resta agli effetti possibili e al contesto in cui l’iniziativa viene proposta.
Ovviamente mi rivolgo a persone integrate, con una loro solidità e struttura, non a persone con disturbi seri o fragilità gravi (forse questo andava specificato, anche se già il caveat circa la funzione non terapeutica della cosa un po' lo chiarisce).
Spero di averti un po' tranquillizzato e chiarito il senso della mia intenzione, ma resti dispostissimo a recepire altri suggerimenti, obiezioni, consigli.
Questo passaggio è quello che più di tutti mi lascia, oltre alla titubanza, una leggera preoccupazione.
Cosa rende, a tuo avviso una persona solida e integrata? Come riconosceresti la presenza di disturbi e fragilità? In base a quali criteri ne delineeresti la gravità?
Mi rendo conto che possa suonare come un interrogatorio, ma spero in realtà, con queste domande, di aiutarti ad entrare un po' di più nel mio punto di vista, per capire da dove nasce quella premura che mi ha portato a sollevare la questione.
Infine - ma questa è una cosa mia che forse c'entra poco - mi domando: dividere le persone in integrate e "rotte o fragili", ci aiuta davvero a ridurre lo stigma verso chi soffre di un disturbo mentale?