Tre morti pubbliche e quache riflessione

MyHelp: Forum di mutuo aiuto, di prevenzione del suicidio e di gestione delle crisi.
A volte si pensa di non aver più nulla da perdere, nè più motivi di esistere.
E' facile pensarlo se non si ha qualcuno con cui confrontarsi. La vita è piena di insidie, ed è facile perdersi. Ma spesso basta una mano per rimettersi in piedi.
Ma questo è anche un forum sulla Morte, il più grande tabù nella storia dell'essere umano, la paura più grande.

Tre morti pubbliche e quache riflessione

Messaggioda Navigator63 » 28/11/2025, 1:05



ClaudiaK ha scritto:Concordo pienamente con l'impostazione che hai dato al tema

Hai fatto un'ottima analisi, con grande onestà verso te stessa. :coolok:
Aggiungo solo qualche ulteriore spunto...

- L'idea di rinunciare alla vita? ...un po' sì. Ma per me vale solo fin quando si parli di una vita che sia degna di essere vissuta dal punto di vista di chi la vive.

Questo però è un fatto personale, ed ognuno deve fare i conti con la propria vita. E' completamente soggettivo. :dunno:
Forse il fatto che altri vivano vite che A TE appaiono poco degne di essere vissute... riflette una paura che riguarda la TUA vita?

- L'assumere su di sé, e solo su di sé, il potere di decidere della propria vita? ... No: questo lo considero un diritto, sempre e comunque. Certo mi destabilizza quando la scelta del fine-vita non avrebbe senso secondo i miei schemi.

Ma, di nuovo, ognuno ha la SUA vita e la vive - oppure no - a modo suo. Loro hanno i loro schemi, e tu i TUOI.
Mi sembra che tu abbia sufficiente intelligenza da comprendere che applicare i nostri schemi alle vite altrui ha poco senso (così come se qualcuno applicasse i suoi te, lo troveresti inappropriato).
Ma forse qui il problema non è la tua intelligenza... ma paure ancora recondite.

- La possibilità che qualcuno vicino a te possa decidere di fare lo stesso?...Colpita e affondata

Un'area da esplorare, quindi.

In breve (e qui torno anche al punto in cui mi hai effettivamente "colpita e affondata") è che la loro scelta di morte, ancor più perchè pianificata da TANTO prima, mi rimanda all'idea angosciante (spero sbagiata, ma comunque sincera) che in realtà possano aver vissuto SEMPRE una vita "a metà"

Potrebbe essere; io non ne ho idea.

Ma, ancora una volta, ciò che ti turba profondamente riguarda te; loro sono solo uno specchio.
Per cui ipotizzo che il tuo turbamento riguardi la tua paura di vivere a metà, o che qualcuno vicino a te lo faccia... e la morte (voluta o accidentale) arrivi senza che quella vita sia stata vissuta appieno.

In effetti questa è una paura molto comune; IMHO quasi tutti quelli che hanno terrore della morte, ce l'hanno perché sentono di non aver vissuto abbastanza o appieno; e quindi la morte li priverebbe della speranza di riuscirci "un giorno".
Sono come persone che hanno ricevuto un grande pacco regalo, ma non l'hanno mai aperto. E sono sconvolti all'idea che un giorno qualcuno glielo porta via, senza averne mai goduto il contenuto.

realizzo che l'effetto diametralmente opposto che mi hanno prodotto le tre morti è proprio sul fronte di quello che per me è vivere appieno, sapendo che finirà.

Quindi il fulcro del problema sembra la tua necessità di dare un senso alla (tua) vita, e/o di assaporarla o farla fiorire con piena soddisfazione.

Il contrario sarebbe una vita sprecata, oppure una vissuta invano.

Ma non riesco a non angosciarmi (e qui mi riferisco al punto su cui mi hai colpita e affondata, e che certamente hai capito quale sia) dinanzi a vite umane che mi sembrano vissute "a metà o anche meno"

A questo punto, mi sembra che la domanda principale sia: di quale vita, di quale individuo, temi che sia "vissuta a metà o anche meno"? :)
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Messaggioda ClaudiaK » 29/11/2025, 0:58



Navigator63 ha scritto:A questo punto, mi sembra che la domanda principale sia: di quale vita, di quale individuo, temi che sia "vissuta a metà o anche meno"? :)


Premesso il consueto (e dovuto) apprezzamento dell'intera tua analisi, probabilmente sì: è questa tua domanda ad essere il nodo.

La persona è mio fratello, e poi lo sono tutte le persone che ...in tutto, a cominciare dallo sguardo... danno chiaro segno di essere "spente" in modo apparentemente irrimediabile.
Ma andiamo con ordine.
Io temo che mio fratello possa persino suicidarsi.
Mi ha sempre "consolata" l'idea che fosse troppo vigliacco per farlo davvero, visto che ha sempre detto LUI che, quando non gli fosse più riuscito di vivere a rimorchio dei miei anche per i vizi più dispendiosi, si sarebbe suicidato.
Fortunatamente è facile dirlo e difficilissimo farlo davvero.
Ma ...tra quel "vuoto dentro" e quel "vuoto relazionale" che è tipico del narci-maligno non più giovanissimo e aitante...si arriva all'horror vacui totale...e questo terrore mi prende.

Tornando strettamente al tema : lui è il primo esempio di "vita vissuta a metà o anche meno".
Ma anche di una vita che - a suo modo - è stata faticosissima (dal mio punto di vista) in quel suo eterno tentativo di colmare il vuoto interiore (come solo i narci-maligni fanno) facendosi "grandeur" solo a botte di chiacchiere e presunzione MALIGNA verso il prossimo...che gli ha allontanato pure qualunque prossimo.

Poi ci sono altri, che non sono narci-maligni (o almeno credo e spero per loro) ma che mi viene ugualmente angoscia all'incrociarne lo sguardo, per quanto è spento...(e nei quali poi, puntualmente, segue il resto del peggio, se li ascolto! Per la serie : loro sempre vittime di una vita e di un prossimo schifoso, rapace, irriconoscente...e al cui confronto si sentono "perfetti e in odore di santità" essendo di una mediocrità (o anche meschinità) "autoriflessiva" che è talmente pregnante e pesante da inibire qualcunque tentativo sororale di "aggiustare" il loro punto di vista, magari suggerendo un pizzichino di autocritica ONESTA.

Confesso che la mia consolazione sono quei pochi amici (in realtà soprattutto amichE), che ne hanno passate "più di Carlo in Francia" e che sono sempre vitali e prontissime a procurasi la Pagina Nuova su cui scrivere! E ci sono, e sono le Ornella Vanoni che nessun "grande pubblico" conoscerò mai , ma ESISTONO. :cincin: (quelle che pensano sempre e solo a cosa possono fare LORO per vivere in modo più gratificante per se stesse e per il rispetto dei loro Valori!).

Intendo dire che io non gudico nessuno in base a parametri miei.
Sono pienamente consapevole che ognuno di noi abbia i propri parametri (auspicabilmente revisionabili quando fallimentari tout court , come per mio fratello).
E non mi interessa quali siano , PURCHE' LI RENDANO APPAGATI , ENTUSIASTI, INNAMORATi DELLA LORO VITA!

MENTRE qualcosa di molto vicino all'angoscia mi assale quando sono alle prese con quelle persone che, detto in modo molto tranchant, sembrano non avere mai manco pensato al "coraggio e al privilegio di vivere" , e per mille sensazioni o sentimenti che non capirò mai... "vivono a metà o anche meno" SOFFRENDONE in un modo che ...oltre che vedersi...esprimono loro stesse ad ogni loro dire.
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Messaggioda Navigator63 » 29/11/2025, 1:24



ClaudiaK ha scritto:Premesso il consueto (e dovuto) apprezzamento dell'intera tua analisi, probabilmente sì: è questa tua domanda ad essere il nodo.

Credo tu ti stia avvicinando alla tua verità, ma ho l'impressione ancora qualcosa ti sfugga; che il tuo sguardo sia rivolto molto all'esterno e poco al tuo interno. :mmm2:

La persona è mio fratello, e poi lo sono tutte le persone che ...in tutto, a cominciare dallo sguardo... danno chiaro segno di essere "spente" in modo apparentemente irrimediabile.

Capisco che questa possibilità in tuo fratello, se hai un legame forte con lui, possa turbarti visceralmente.
Ma dubito che questo possa accadere con altri che ti sono più distanti; questi sono più probabilmente "specchi".

Intendo dire che io non gudico nessuno in base a parametri miei.
[...]
E non mi interessa quali siano , PURCHE' LI RENDANO APPAGATI , ENTUSIASTI, INNAMORATi DELLA LORO VITA!

Ma questo è comunque applicare ad altri i TUOI parametri! :rolleyes:
Quel tuo "purché..." rivela il tuo desiderio (o bisogno?) che altri vivano a modo tuo. :rolleyes:
E se ciò non accade... la cosa ti turba. Perché hai riversato su di loro una tua aspettativa (o bisogno).

MENTRE qualcosa di molto vicino all'angoscia mi assale quando sono alle prese con quelle persone che [...] "vivono a metà o anche meno"

Ancora una volta, il mio intuito mi dice che quest'angoscia parla di TE, di una paura che riguarda TE prima di tutto. Forse di un qualche vuoto o mancanza che non riconosci.
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Messaggioda ClaudiaK » 01/12/2025, 21:14



Navigator63 ha scritto:Capisco che questa possibilità in tuo fratello, se hai un legame forte con lui, possa turbarti visceralmente.
Ma dubito che questo possa accadere con altri che ti sono più distanti; questi sono più probabilmente "specchi".


:mmm2: direi che non ci siamo proprio :mmm:
Non è questione di mio fratello o di altri meno "vicini".
Sarà che ognuno ia propria indole, ma - che tu mi creda o meno - la mia è di quel tipo che gode quando ha intorno vitalità interiore, armonia con la vita, piacere di vivere, E che, invece, soffre e si sente pure impotente quando incappa in personalità che DICHIARANO (dichiarano LORO) di essere amareggiate e deluse dalla vita o che addirittura esprimono propositi suicidiari.

Navigator63 ha scritto:
Intendo dire che io non gudico nessuno in base a parametri miei.
[...]
E non mi interessa quali siano , PURCHE' LI RENDANO APPAGATI , ENTUSIASTI, INNAMORATi DELLA LORO VITA!


Ma questo è comunque applicare ad altri i TUOI parametri! :rolleyes:
Quel tuo "purché..." rivela il tuo desiderio (o bisogno?) che altri vivano a modo tuo. :rolleyes:
E se ciò non accade... la cosa ti turba. Perché hai riversato su di loro una tua aspettativa (o bisogno).


Il "bello" è quando insisti . :facepalm:
Se uno dice che si vuole suicidare, o anche prova a farlo, perchè lo dice LUI/LEI che la vita gli è insopportabile ...sono proiezioni MIE? :pazzo:
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Messaggioda -Entropia » 04/12/2025, 15:18



Perdona l'intrusione.
Penso che crescere con un fratello come il tuo (il mio presenta molti tratti analoghi) non si affatto un'esperienza facile. Secondo te è possibile che in qualche modo ci sia una sorta di "insofferenza" rispetto alla lamentela in generale?
Potrebbe essere che, in quelle persone che descrivi come:
vittime di una vita e di un prossimo schifoso, rapace, irriconoscente...e al cui confronto si sentono "perfetti e in odore di santità" essendo di una mediocrità (o anche meschinità) "autoriflessiva" che è talmente pregnante e pesante da inibire qualunque tentativo sororale di "aggiustare" il loro punto di vista, magari suggerendo un pizzichino di autocritica ONESTA.

Tu riveda molto di tuo fratello e perciò automaticamente si inneschi una risposta particolarmente repulsiva e angosciante?

PURCHE' LI RENDANO APPAGATI , ENTUSIASTI, INNAMORATi DELLA LORO VITA!

Io penso che possano esserci anche delle vie di mezzo. Non tutti abbiamo la stessa storia, la stessa sensibilità, le stesse risorse, le stesse occasioni.
La vita stessa porta con sé alti e bassi. Ci sono persone che si "innamorano della vita", soltanto dopo aver rischiato di perderla, alcune che non ci riescono mai, altre che hanno imparato molto presto a farlo.

Lo sguardo spento, la tendenza alla lamentela e all'auto-rimprovero, non sempre sono sinonimo di una persona che si crogiola nell'autocompatimento, talvolta sono un anche un sintomo stesso del disagio che vive. Anche questo merita spazio e rispetto, così come - a tempo debito ed in maniera cauta e attenta - contenimento e lucidità.
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E quando è sicura, si leva sulla creatura, solleva su di lei le braccia, e prende a cantare. Allora le costole e le ossa delle gambe cominciano a ricoprirsi di carne e le creature si ricoprono di pelo. La Lupa canta ancora, e quasi tutte le creature tornano in vita, con la coda ispida e forte che si rizza.

E ancora La Loba canta e il lupo comincia a respirare.

E ancora La Loba canta così profondamente che il fondo del deserto si scuote, e mentre lei canta il lupo apre gli occhi, balza in piedi e corre lontano giù per il canyon.

In un momento della corsa, per la velocità della corsa medesima, o perché finisce in un fiume, o perché un raggio di sole o di luna lo colpisce alla schiena, il lupo è d’un tratto trasformato in una donna che ride e corre libera verso l’orizzonte.

- La storia della Loba, tratta dal libro "Donne che corrono coi lupi" di Clarissa Pinkola Estés.
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Messaggioda ClaudiaK » 05/12/2025, 1:12



-Entropia ha scritto:Perdona l'intrusione.
Penso che crescere con un fratello come il tuo (il mio presenta molti tratti analoghi) non si affatto un'esperienza facile. Secondo te è possibile che in qualche modo ci sia una sorta di "insofferenza" rispetto alla lamentela in generale?
Potrebbe essere che, in quelle persone che descrivi come:
vittime di una vita e di un prossimo schifoso, rapace, irriconoscente...e al cui confronto si sentono "perfetti e in odore di santità" essendo di una mediocrità (o anche meschinità) "autoriflessiva" che è talmente pregnante e pesante da inibire qualunque tentativo sororale di "aggiustare" il loro punto di vista, magari suggerendo un pizzichino di autocritica ONESTA.

Tu riveda molto di tuo fratello e perciò automaticamente si inneschi una risposta particolarmente repulsiva e angosciante?


Nessuna intrusione e grazie del tuo intervento e degli spunti di riflessione. :)

:mmm2: dunque, in tutta onestà : quando parlavo delle persone nel quotato pensavo alle non poche persone "spente" e negative per se stesse e per il prossimo che ho avuto in prossimità soprattutto per lavoro (molto più raramente nei giri amicali) che, appunto...hanno la piega di vivere se stesse come vittime della vita e del prossimo, che non hanno mai un guizzo di vitalità positiva e propositiva, am soprattutto che sembrano imprigionate in una bolla solipsistica entro la quale si sentono (del tutto arbitrariamente) portatrici loro di ogni virtù...(al contrario del resto del mondo, naturalmente) , mentre è del tutto istintivo nel prossimo, ma già in base ad una conoscenza superficiale, percepire la LORO negatività totale e irrimediabile.
Che poi, a dirla tutta, un po' di angoscia me la provocano, ma questa non determina una qualche mia repulsione. Anzi...da irrimediabile "speranzona" ho sempre dedicato loro molta attenzione e rispetto, nel tentativo di prospettare loro un punto di vista diverso dal loro.
La repulsione mi è scattata sempre e solo in due casi : quando si è trattato di uomini che (in questo stile!!!) mi corteggiavano in modo stalkerizzante; oppure quando si è trattato di donne che (non avendo evidentemente altre sponde d'ascolto amicale o sororale) ugualmente hanno finito per stalkerizzarmi in una ricerca ossessiva di mio ascolto e compagnia. (io sono molto paziente, ma anche la mia pazienza ha i suoi limiti).
E poi, innegabilmente, in tutto questo c'è la gran mia parte di stupida speranzona, che - fino ad esplodere non potendone più - continua a raccontarsi "vabbè...ma gli aspetti respingenti del prossimo li vede anche dove non esistono, e quindi vuol dire che se ci lavoriamo insieme può anche riconoscere i propri lati respingenti, e limarli, e far pace con la vita e col prossimo!" .
Ecco: oggi so che questo è un mio atteggiamento da stupida speranzona, ogni volta che lo rivolgo e mi dedico a chi è talmente graniticizzato nella propria visione dall'interno della sua bolla, da essere assolutamente impermeabile a qualunque tentativo di - semplicemente - DIMOSTRAR LORO che oltre la loro bolla c'è tanta Vita.

Mio fratello, invece, lo pensavo esclusivamente in rapporto all'ipotesi suicidio, sicuramente in modo angosciante, e con angoscia elevata a potenza dalla mia impotenza.
Ma mio fratello è un caso molto particolare, e particolare è - di conseguenza - la mia relazione con lui di una vita intera.
In breve e solo per tentare di spiegarmi : mio fratello è diagnosticato come narcisista maligno.
La prima particolarità relazionale è che del suo tasso di narcisismo...sarebbe stato possibile rendersi conto già durante la sua adolescenza. Tanto quanto si sarebbe potuto intuire da sempre quale fosse il tasso di rancore del tutto lunare da lui vissuto nei confronti di mio padre e miei.
Sono sincerissima, Entropia : NESSUNO DI NOI DUE (mio padre ed io) abbiamo MAI letto la questione in questa folle declinazione. Semplicemente perchè per entrambi era IMPOSSIBILE il solo considerare che un figlio o un fratello potessero provare "rabbia" per il fatto che il familiare esista, soprattutto se questi familiari hanno sempre fatto squadra con lui e hanno cercto sempre di agevolarlo in ogni modo e maniera!
C'è una costellazione agghiacciante , per quantità e qualità, di episodi surreali (e parlo a partire dai miei 16 anni) che solo da circa un anno trovano spiegazione coerente nel suo ODIO per mio padre e me.
Detto in una sola frase : fin da adolescente andava da nostra madre per inventare le peggio cose su nostro padre e me (dopo ha cercato di farlo persino con mio figlio fin da bambinetto!), nella perenne ricerca di una sua "valorizzazione" che - secondo la sua mente malata - doveva passare, chissà perchè, per la svalorizzazione più becera e INVENTATAAAAAA di mio padre e me!
Capisco che sia incredibile non averlo intuito prima. ma la verità è che non lo abbiamo mai intuito prima, perchè... questo modus operandi non era neanche IMMAGINABILE da mio padre e me!
Mi riprometto di aprire un 3D nell'apposita sezione del Forum per narrare di questi spaccati osceni.
Comunque e per concludere sul punto : con la morte di mio padre...lui si è fatto due decenni completi di vita da narci-maligno, con ovvi danni per tutti e soprattutto per mia madre che però lo copriva; e per una infermità solo motoria ma grave di mia madre...che ha comportato (da poco più di due anni) il suo non poter più fare quel che gli pare con mia madre e le sue rendite...nel più turpe e devastante dei modi si è disvelato quello che nei confronti di mio padre e miei era stato sempre e solo ODIO PURO, vivendoci lui come suoi ostacoli a poter manipolare e sfruttare mia madre e le sue fragilità caratteriali a solo proprio vantaggio.
Morale della favola: io ormai da oltre un anno non ho con lui nessunissimo contatto, avendo fondatissime ragioni di poterci rimettere la mia pelle.
MA , importante a riguardo della riflessione che mi hai proposto e di cui ti ringrazio : mio fratello non è mai stato un "piagnone lamentoso" . Tutt'altro!
Era un bellissimo ragazzo; culturista e sempre allestito da superfigo; di loquela facile e forbita.
La sua specialità? Fare "il brillante sempre". Il simpaticone, il fascinatore indomabile (totalmente incapace di affetto vero verso chiunque).
I suoi limiti? E che vuoi che siano, per lui?
Lui ha sfasciato tre auto di famiglia e non ha mai preso la patente, lui ha finito tutti gli esami di giurisprudenza ma non ha mai preso la laurea (sebbene io e mio padre fossimo disposti a fargli la tesi), lui non ha PROVATO a lavorare neanche per un quarto d'ora della sua vita, MAI (sebbene di opportunità gliene siano tate offerte su piatti d'argento).
Questi sarebbero limiti pesantini ed esposti per qualunque normopensante.
NON per lui, che ...tra fascinazioni e manipolazioni da "gabbatonti"...con la sua loquela forbita li trasformava in pregi quasi stoici di una personalità SUPERIORE e troppo superiore per poter essere capita dai "comuni mortali".
Quindi: tutto è. mio fratello, piuttosto che un lamentoso.
Incommensurabile paraculo PROFITTATORE SENZA SCRUPOLI, strenuamente deciso da sempre a prendersi quel che vuole alla faccia del prossimo più prossimo (perchè è anche vigliacco e certamente non ruberebbe mai fuori dalla famiglia), abilissimo nell'estorcere di tutto e di più con la manipolazione affabulatoria finchè ha potuto, e prontissimo (ne sono certissima e ne ho avuto saggi) ad usare violenza anche esiziale e brutalissima quando la manipolazione NON funziona più.

-Entropia ha scritto:Io penso che possano esserci anche delle vie di mezzo. Non tutti abbiamo la stessa storia, la stessa sensibilità, le stesse risorse, le stesse occasioni.
La vita stessa porta con sé alti e bassi. Ci sono persone che si "innamorano della vita", soltanto dopo aver rischiato di perderla, alcune che non ci riescono mai, altre che hanno imparato molto presto a farlo.

Lo sguardo spento, la tendenza alla lamentela e all'auto-rimprovero, non sempre sono sinonimo di una persona che si crogiola nell'autocompatimento, talvolta sono un anche un sintomo stesso del disagio che vive. Anche questo merita spazio e rispetto, così come - a tempo debito ed in maniera cauta e attenta - contenimento e lucidità.


Non posso che concordare su questo, assolutamente.
Nel frattempo pare che anche Diego Dalla Palma (estetista di rango) abbia preannunciato con un certo clamore gossipparo il proprio proposito di farla finita al suo 80esimo compleanno...
Tutto il rispetto del mondo da parte mia.
Poi c'è che rispetto non sia sinonimo di condivisione, e infatti non condivido (sebbene, credo di averlo già detto, io stessa, nei panni di DJ Fabo avrei scelto di farla finita).
Può essere senz'altro che io sbagli su tutta la linea, però in totale buona fede mi verrebbe da dire "è proprio perchè rispetto la tua vita che mi sembra assurdo che tu voglia gettarla via così!".
In parallelo mi rendo conto, certo, che ognuno possa trarre le conclusioni che gli derivano dalla SUA vita e dai SUOI "valori" (termine che mi è assai odioso in applicativi come questo, ma non ne trovo di migliori) .
Ma il senso di angoscia verso queste scelte mi nasce davvero e soltanto dal fatto che PER ME è inconcepibile non provare più interesse alla vita ...sol perchè non puoi più vivere la vita e determinati apici dei tuoi 30 anni.
La Vita (per me) può essere TANTO e fino all'ultimo respiro, come lo è stato per la Regina Elisabetta che (con tutti i dolori immensi a lei procurati dalla sua famiglia) viveva immutato il piacere di accarezzare i suoi cavalli o essere brillante e scherzosa in società , e come lo è per tutti i centenari anche molto semplici che restano entusiasti di coltivarsi l'orticello e due galline... :rolleyes:
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Messaggioda -Entropia » 07/12/2025, 14:27



ClaudiaK ha scritto: :mmm2: dunque, in tutta onestà : quando parlavo delle persone nel quotato pensavo alle non poche persone "spente" e negative per se stesse e per il prossimo che ho avuto in prossimità soprattutto per lavoro (molto più raramente nei giri amicali) che, appunto...hanno la piega di vivere se stesse come vittime della vita e del prossimo, che non hanno mai un guizzo di vitalità positiva e propositiva, ma soprattutto che sembrano imprigionate in una bolla solipsistica entro la quale si sentono (del tutto arbitrariamente) portatrici loro di ogni virtù...(al contrario del resto del mondo, naturalmente) , mentre è del tutto istintivo nel prossimo, ma già in base ad una conoscenza superficiale, percepire la LORO negatività totale e irrimediabile. Che poi, a dirla tutta, un po' di angoscia me la provocano, ma questa non determina una qualche mia repulsione. Anzi...da irrimediabile "speranzona" ho sempre dedicato loro molta attenzione e rispetto, nel tentativo di prospettare loro un punto di vista diverso dal loro.


Ho ben presente il tipo di persone che descrivi. Nella mia famiglia ce ne sono diverse più o meno in questo modo (mia madre e mio fratello in maniera particolare). Sfortunatamente se la lente della vittima diventa la tua unica prospettiva sul mondo, inevitabilmente ne risentiranno anche le persone che ti stanno intorno. Il che spiega perfettamente la dinamica che descrivi in realtà. Osservando una persona contrita e disperata è comprensibile sentire la volontà di agire per aiutare, ma non si può aiutare chi non vuole essere aiutato, non si può offrire una prospettiva diversa a qualcuno che cammina bendato. Ecco perché poi subentra impotenza e frustrazione, forse qualche punta di rabbia e amarezza e il gioco è fatto: in un attimo sei passata da aiutante e carnefice, mentre loro si sentono ulteriormente legittimati nel loro ruolo di vittime.
E' una situazione che conosco bene, l'ho reinterpretata in diverse chiavi: quella familiare, quella amicale, quella sentimentale, quella lavorativa...

La repulsione mi è scattata sempre e solo in due casi : quando si è trattato di uomini che (in questo stile!!!) mi corteggiavano in modo stalkerizzante; oppure quando si è trattato di donne che (non avendo evidentemente altre sponde d'ascolto amicale o sororale) ugualmente hanno finito per stalkerizzarmi in una ricerca ossessiva di mio ascolto e compagnia. (io sono molto paziente, ma anche la mia pazienza ha i suoi limiti).
E poi, innegabilmente, in tutto questo c'è la gran mia parte di stupida speranzona, che - fino ad esplodere non potendone più - continua a raccontarsi "vabbè...ma gli aspetti respingenti del prossimo li vede anche dove non esistono, e quindi vuol dire che se ci lavoriamo insieme può anche riconoscere i propri lati respingenti, e limarli, e far pace con la vita e col prossimo!" .
Ecco: oggi so che questo è un mio atteggiamento da stupida speranzona, ogni volta che lo rivolgo e mi dedico a chi è talmente graniticizzato nella propria visione dall'interno della sua bolla, da essere assolutamente impermeabile a qualunque tentativo di - semplicemente - DIMOSTRAR LORO che oltre la loro bolla c'è tanta Vita.


Io non penso affatto che questo sia un atteggiamento da "stupida speranzona". Penso sia forse quello che hai dovuto imparare a fare quando eri piccola: mediare, tenere insieme i pezzi, modularsi sugli umori altrui, infondere propositività anche a costo di trascinare chi ti opponeva resistenza.
E non mi sorprende che questi uomini faticassero a lasciarti andare. In te hanno trovato accoglienza, pazienza, affetto, supporto... Chi si sente sempre deficitario, ferito, si aggrappa disperatamente a qualsiasi fonte positiva. Ecco perché senza confini sani uno dei due si svuota.

Hai mai provato a chiederti: come mai sento il bisogno di farmi carico del dolore degli altri? Come mai sento il bisogno di convincerli che la vita non sia solo dolore?

Mio fratello, invece, lo pensavo esclusivamente in rapporto all'ipotesi suicidio, sicuramente in modo angosciante, e con angoscia elevata a potenza dalla mia impotenza.
Ma mio fratello è un caso molto particolare, e particolare è - di conseguenza - la mia relazione con lui di una vita intera.
In breve e solo per tentare di spiegarmi : mio fratello è diagnosticato come narcisista maligno.
La prima particolarità relazionale è che del suo tasso di narcisismo...sarebbe stato possibile rendersi conto già durante la sua adolescenza. Tanto quanto si sarebbe potuto intuire da sempre quale fosse il tasso di rancore del tutto lunare da lui vissuto nei confronti di mio padre e miei.
Sono sincerissima, Entropia : NESSUNO DI NOI DUE (mio padre ed io) abbiamo MAI letto la questione in questa folle declinazione. Semplicemente perchè per entrambi era IMPOSSIBILE il solo considerare che un figlio o un fratello potessero provare "rabbia" per il fatto che il familiare esista, soprattutto se questi familiari hanno sempre fatto squadra con lui e hanno cercto sempre di agevolarlo in ogni modo e maniera!
C'è una costellazione agghiacciante , per quantità e qualità, di episodi surreali (e parlo a partire dai miei 16 anni) che solo da circa un anno trovano spiegazione coerente nel suo ODIO per mio padre e me.
Detto in una sola frase : fin da adolescente andava da nostra madre per inventare le peggio cose su nostro padre e me (dopo ha cercato di farlo persino con mio figlio fin da bambinetto!), nella perenne ricerca di una sua "valorizzazione" che - secondo la sua mente malata - doveva passare, chissà perchè, per la svalorizzazione più becera e INVENTATAAAAAA di mio padre e me!
Capisco che sia incredibile non averlo intuito prima. ma la verità è che non lo abbiamo mai intuito prima, perchè... questo modus operandi non era neanche IMMAGINABILE da mio padre e me!
Mi riprometto di aprire un 3D nell'apposita sezione del Forum per narrare di questi spaccati osceni.
Comunque e per concludere sul punto : con la morte di mio padre...lui si è fatto due decenni completi di vita da narci-maligno, con ovvi danni per tutti e soprattutto per mia madre che però lo copriva; e per una infermità solo motoria ma grave di mia madre...che ha comportato (da poco più di due anni) il suo non poter più fare quel che gli pare con mia madre e le sue rendite...nel più turpe e devastante dei modi si è disvelato quello che nei confronti di mio padre e miei era stato sempre e solo ODIO PURO, vivendoci lui come suoi ostacoli a poter manipolare e sfruttare mia madre e le sue fragilità caratteriali a solo proprio vantaggio.
Morale della favola: io ormai da oltre un anno non ho con lui nessunissimo contatto, avendo fondatissime ragioni di poterci rimettere la mia pelle.
MA , importante a riguardo della riflessione che mi hai proposto e di cui ti ringrazio : mio fratello non è mai stato un "piagnone lamentoso" . Tutt'altro!
Era un bellissimo ragazzo; culturista e sempre allestito da superfigo; di loquela facile e forbita.
La sua specialità? Fare "il brillante sempre". Il simpaticone, il fascinatore indomabile (totalmente incapace di affetto vero verso chiunque).
I suoi limiti? E che vuoi che siano, per lui?
Lui ha sfasciato tre auto di famiglia e non ha mai preso la patente, lui ha finito tutti gli esami di giurisprudenza ma non ha mai preso la laurea (sebbene io e mio padre fossimo disposti a fargli la tesi), lui non ha PROVATO a lavorare neanche per un quarto d'ora della sua vita, MAI (sebbene di opportunità gliene siano tate offerte su piatti d'argento).
Questi sarebbero limiti pesantini ed esposti per qualunque normopensante.
NON per lui, che ...tra fascinazioni e manipolazioni da "gabbatonti"...con la sua loquela forbita li trasformava in pregi quasi stoici di una personalità SUPERIORE e troppo superiore per poter essere capita dai "comuni mortali".
Quindi: tutto è. mio fratello, piuttosto che un lamentoso.
Incommensurabile paraculo PROFITTATORE SENZA SCRUPOLI, strenuamente deciso da sempre a prendersi quel che vuole alla faccia del prossimo più prossimo (perchè è anche vigliacco e certamente non ruberebbe mai fuori dalla famiglia), abilissimo nell'estorcere di tutto e di più con la manipolazione affabulatoria finchè ha potuto, e prontissimo (ne sono certissima e ne ho avuto saggi) ad usare violenza anche esiziale e brutalissima quando la manipolazione NON funziona più.


Intanto voglio ringraziarti per esserti aperta su qualcosa di così intimo, delicato ed incredibilmente doloroso.
Mi rendo conto che quando un familiare si trasforma in un mistero indecifrabile (è già paradossale la frase in sé), dentro di noi si rompe qualcosa. E' semplicemente troppo da capire. E' come se non avessimo incorporata dentro una chiave di lettura adatta a questa eventualità, così dobbiamo trovarne una.
Quella frattura insanabile tra "nessuno di noi l'avrebbe mai pensato" e "quasi incarnazione del male" è una frattura reale che racconta una storia di abusi, triangolazioni familiari, bugie, manipolazione.
Leggo una rabbia dettata dall'istinto di sopravvivenza, necessario per rescindere un legame che era diventato distruttivo. E leggo anche un conflitto profondo tra il bisogno di smettere di accogliere, e il bisogno di convincere gli altri a vedere il bello.
Entrambe queste cose, trovano perfettamente spazio e significato nella tua storia: crescere in un contesto familiare che nasconde una minaccia potenziale, sentirsi al sicuro in alcuni momenti e traditi o minacciati in altri. E' una condizione di instabilità profonda.
Forse, per riuscire a reggere tutto questo, è stato necessario per molto tempo tenere una visione chiara e netta, tracciare un confine preciso e dire “da qui non posso più andare oltre”.
A volte è davvero l’unico modo per salvarsi e smettere di portare pesi che non ci appartengono. È una funzione vitale, non una rigidità. Solo se e quando lo sentirai possibile, potrà esserci spazio anche per un’altra lettura: una lettura che non cancella il dolore, né la responsabilità di chi ha agito, ma prova a restituire una cornice più ampia a una storia che, per molto tempo, è stata troppo da reggere.

Mi spiace davvero tanto per quello che hai vissuto. Osservare un familiare che agisce in maniera calcolatrice, inspiegabile e a tratti crudele, senza riuscire a darsi una spiegazione, dev'essere stato un vero tormento. In realtà il ritardo diagnostico di tuo fratello non sorprende: chi soffre di disturbo narcisistico di personalità, specie se ouvert (quello che si accompagna a grandiosità), difficilmente riconoscerà di avere un problema, pertanto difficilmente sarà portato a chiedere aiuto o ad aderire con continuità al trattamento.

Non posso che concordare su questo, assolutamente.
Nel frattempo pare che anche Diego Dalla Palma (estetista di rango) abbia preannunciato con un certo clamore gossipparo il proprio proposito di farla finita al suo 80esimo compleanno...
Tutto il rispetto del mondo da parte mia.
Poi c'è che rispetto non sia sinonimo di condivisione, e infatti non condivido (sebbene, credo di averlo già detto, io stessa, nei panni di DJ Fabo avrei scelto di farla finita).
Può essere senz'altro che io sbagli su tutta la linea, però in totale buona fede mi verrebbe da dire "è proprio perchè rispetto la tua vita che mi sembra assurdo che tu voglia gettarla via così!".
In parallelo mi rendo conto, certo, che ognuno possa trarre le conclusioni che gli derivano dalla SUA vita e dai SUOI "valori" (termine che mi è assai odioso in applicativi come questo, ma non ne trovo di migliori).
Ma il senso di angoscia verso queste scelte mi nasce davvero e soltanto dal fatto che PER ME è inconcepibile non provare più interesse alla vita ...sol perchè non puoi più vivere la vita e determinati apici dei tuoi 30 anni.
La Vita (per me) può essere TANTO e fino all'ultimo respiro, come lo è stato per la Regina Elisabetta che (con tutti i dolori immensi a lei procurati dalla sua famiglia) viveva immutato il piacere di accarezzare i suoi cavalli o essere brillante e scherzosa in società , e come lo è per tutti i centenari anche molto semplici che restano entusiasti di coltivarsi l'orticello e due galline... :rolleyes:


Penso che ogni persona abbia le sue idee sulla vita. Forse Diego della Palma ritiene di aver goduto abbastanza della sua e non vede questa possibilità come uno spreco. Potrebbe anche trattarsi di una diceria sull'onda degli ultimi eventi analoghi.
Mi ha colpito l'esempio che hai portato e il modo in cui lo hai descritto. Mi sembra di notare qualche similitudine con la tua storia (i dolori immensi procurati dalla famiglia e l'entusiasmo per la vita che non si piega). Ecco perché penso che forse quel senso d'angoscia, secondo me, non è solo una questione "valoriale".

Pensi che quell’angoscia che provi davanti a certe scelte parli solo di idee sulla vita, o forse anche di qualcosa che hai dovuto proteggere con forza dentro di te?
Ti sei mai chiesta da dove venga, dentro di te, questa capacità così tenace di restare in relazione con la vita anche quando tutto spingerebbe al contrario?
  • 2


E quando è sicura, si leva sulla creatura, solleva su di lei le braccia, e prende a cantare. Allora le costole e le ossa delle gambe cominciano a ricoprirsi di carne e le creature si ricoprono di pelo. La Lupa canta ancora, e quasi tutte le creature tornano in vita, con la coda ispida e forte che si rizza.

E ancora La Loba canta e il lupo comincia a respirare.

E ancora La Loba canta così profondamente che il fondo del deserto si scuote, e mentre lei canta il lupo apre gli occhi, balza in piedi e corre lontano giù per il canyon.

In un momento della corsa, per la velocità della corsa medesima, o perché finisce in un fiume, o perché un raggio di sole o di luna lo colpisce alla schiena, il lupo è d’un tratto trasformato in una donna che ride e corre libera verso l’orizzonte.

- La storia della Loba, tratta dal libro "Donne che corrono coi lupi" di Clarissa Pinkola Estés.
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Tre morti pubbliche e quache riflessione

Messaggioda ClaudiaK » 08/12/2025, 13:30



Entropia, anzitutto GRAZIE del tuo intervento, che credo sia tra i più profondi e sottili che io abbia mai letto in qualunque Forum.

-Entropia ha scritto:Io non penso affatto che questo sia un atteggiamento da "stupida speranzona". Penso sia forse quello che hai dovuto imparare a fare quando eri piccola: mediare, tenere insieme i pezzi, modularsi sugli umori altrui, infondere propositività anche a costo di trascinare chi ti opponeva resistenza.
E non mi sorprende che questi uomini faticassero a lasciarti andare. In te hanno trovato accoglienza, pazienza, affetto, supporto... Chi si sente sempre deficitario, ferito, si aggrappa disperatamente a qualsiasi fonte positiva. Ecco perché senza confini sani uno dei due si svuota.
Hai mai provato a chiederti: come mai sento il bisogno di farmi carico del dolore degli altri? Come mai sento il bisogno di convincerli che la vita non sia solo dolore?


Diciamo che - al massimo - me lo sono chiesta a posteriori, ossia dopo ferite o delusioni importanti ; solo lì mi è capitato di chiedermi "ma come ho fatto a dare tanto e non capire a chi lo davo?".
Tra l'altro ho anche ricevuto stimoli a rifletterci da parte di quegli uomini che mi hanno amata profondamente (a cominciare da mio padre) e che, senza conoscersi tra loro, arrivavano a dirmi la stessa fatidica frase che era questa: "tu sei amalbilmente complessa e riflessiva; è una capacità affascinante e non comune; ma diventa il tuo peggior limite nel momento in cui dai per scontato che quel è "ovvio e lampante" per te...lo sia anche per il tuo prossimo." Ed è stato un granellino di generosa Saggezza, che in effetti non riuscivo a cogliere nella sua importanza, e che sono riuscita a stringere nel palmo della mano solo con la recente disvelazione orrorifica della realtà interiore di mio fratello (e anche di mia madre, seppure su dimensioni di molto ridotte rispetto a lui).

Quanto al mio ruolo all'interno della famiglia, no : almeno fino all'adolescenza non ho assolutamente avuto ruoli mediatori o compositivi.
Ero beatamente lieta di essere in una famiglia che vivevo come molto amorevole e accudente (anche grazie alla convivenza con i nonni materni) e tutto filava in piena armonia fra tutti.

-Entropia ha scritto:Ti sei mai chiesta da dove venga, dentro di te, questa capacità così tenace di restare in relazione con la vita anche quando tutto spingerebbe al contrario?


In realtà no, non me lo sono mai chiesta; e qui torna a pieno titolo la "diagnosi" degli uomini che mi hanno amata davvero, nel senso che su di me sembra innata e congenita, e quindi do per ovvio che lo sia per tutti. Ne deriva che quando sento di persone che non amano la vita ...provo quella stessa angoscia che si prova dinanzi a un gattino che è rimasto intrappolato sulla cima di un albero d'alto fusto da cui non sa scendere : non pensi perchè lo fai o perchè lo dovresti fare; cerchi di soccorrerlo e punto...

Volendo tentare di risalire al "perchè primigenio" , ad oggi penso che moltissimo affondi nella genetica e molto meno nella formazione.
A livello genetica : mio padre era identico a me (o meglio: io sono identica a mio padre) nella appassionata relazione con la vita, qualunque cosa accada.
A livello formazione : oltre a mio padre ho avuto mia madre, in semplice odor di "narcisismo veniale" : sempre complessata, sempre insoddisfatta, sempre devastata dal terrore della solitudine e al contempo incapace (anche per diffidenza) di istituire relazioni amicali significative; ipercontrollante del quotidiano altrui; vittimista con la lacrima sempre pronta nel taschino; istintivamente manipolatrice (anche senza saperlo); imperatrice del divide et impera (anche in famiglia)...al solo scopo di avere sempre un jolly che facesse branco con lei, non avendo mai creduto abbastanza nelle proprie capacità personali.

Premettendo che avevo dalla nascita un attaccamento morboso a mia madre...ai miei 14 anni (prima liceo) ci fu un'autentica deflagrazione intra-familiare per ragioni CONIUGALI (detta semplice : mia madre scoprì attraverso mia nonna materna che mio padre avesse una stabile relazione extra coniugale) .
I modi scompostissimi con cui reagì mia madre (cercando di coinvogeere me e mio fratello nel prendere le sue parti) mi schifarono così profondamente che capii soltanto che lei fosse l'esatto contrario dell'idea di Donna da prendere "a modello".
Assolutamente possibile, riflettendo, che la determinatissima volontà di non somigliare a mia madre possa aver giocato a tutto favore dell'interiorizzazione di princìpi e schemi paterni, dei quali avevo Esempio di vita concreta, e non chiacchiere e sermoni.
(Mio fratello , invece, fece la scelta opposta - probabilmente avendo la stessa struttura fragile di nostra madre - e , in parte per calcolo e in parte per "sentimento", continuò a fare riferimento a mia madre e nell'accaduto trovò occasione per slatentizzare in modo sempre più viscido il PROPRIO odio verso nostro padre, sol perchè vissuto come persona immensamente più autorevole di lui (e di loro due messi insieme).
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Messaggioda -Entropia » 08/12/2025, 15:06



ClaudiaK ha scritto:Entropia, anzitutto GRAZIE del tuo intervento, che credo sia tra i più profondi e sottili che io abbia mai letto in qualunque Forum.
Diciamo che - al massimo - me lo sono chiesta a posteriori, ossia dopo ferite o delusioni importanti ; solo lì mi è capitato di chiedermi "ma come ho fatto a dare tanto e non capire a chi lo davo?".
Tra l'altro ho anche ricevuto stimoli a rifletterci da parte di quegli uomini che mi hanno amata profondamente (a cominciare da mio padre) e che, senza conoscersi tra loro, arrivavano a dirmi la stessa fatidica frase che era questa: "tu sei amalbilmente complessa e riflessiva; è una capacità affascinante e non comune; ma diventa il tuo peggior limite nel momento in cui dai per scontato che quel è "ovvio e lampante" per te...lo sia anche per il tuo prossimo." Ed è stato un granellino di generosa Saggezza, che in effetti non riuscivo a cogliere nella sua importanza, e che sono riuscita a stringere nel palmo della mano solo con la recente disvelazione orrorifica della realtà interiore di mio fratello (e anche di mia madre, seppure su dimensioni di molto ridotte rispetto a lui).


Mi fa piacere che tu abbia apprezzato così genuinamente gli spunti di riflessione che ti ho offerto <3
Il fatto che tu ci abbia riflettuto, anche a posteriori, è una buona cosa. Non è una riflessione reattiva a stampo colpevolizzante, ma una genuino tentativo di far luce sulle nostre, non sempre chiare, motivazioni. Quello che ti è stato fatto notare è un insegnamento prezioso. A volte, la trappola in cui si incagliano le persone complesse e riflessive, è proprio quella di cercare negli altri quella stessa profondità. Si finisce ad interrogarsi ed interpretare cose che non ci appartengono, perdendo di vista (almeno un po') quello che poi di fatto accade nel concreto. Il rischio, quindi, è quello di "giustificare, tollerare, spiegare" gesti anche dannosi e irrispettosi nei nostri riguardi (anche quelli più subdoli e meno plateali).

Quanto al mio ruolo all'interno della famiglia, no : almeno fino all'adolescenza non ho assolutamente avuto ruoli mediatori o compositivi.
Ero beatamente lieta di essere in una famiglia che vivevo come molto amorevole e accudente (anche grazie alla convivenza con i nonni materni) e tutto filava in piena armonia fra tutti.

In realtà no, non me lo sono mai chiesta; e qui torna a pieno titolo la "diagnosi" degli uomini che mi hanno amata davvero, nel senso che su di me sembra innata e congenita, e quindi do per ovvio che lo sia per tutti. Ne deriva che quando sento di persone che non amano la vita ...provo quella stessa angoscia che si prova dinanzi a un gattino che è rimasto intrappolato sulla cima di un albero d'alto fusto da cui non sa scendere : non pensi perchè lo fai o perchè lo dovresti fare; cerchi di soccorrerlo e punto...

Volendo tentare di risalire al "perchè primigenio" , ad oggi penso che moltissimo affondi nella genetica e molto meno nella formazione.
A livello genetica : mio padre era identico a me (o meglio: io sono identica a mio padre) nella appassionata relazione con la vita, qualunque cosa accada.
A livello formazione : oltre a mio padre ho avuto mia madre, in semplice odor di "narcisismo veniale" : sempre complessata, sempre insoddisfatta, sempre devastata dal terrore della solitudine e al contempo incapace (anche per diffidenza) di istituire relazioni amicali significative; ipercontrollante del quotidiano altrui; vittimista con la lacrima sempre pronta nel taschino; istintivamente manipolatrice (anche senza saperlo); imperatrice del divide et impera (anche in famiglia)...al solo scopo di avere sempre un jolly che facesse branco con lei, non avendo mai creduto abbastanza nelle proprie capacità personali.

Premettendo che avevo dalla nascita un attaccamento morboso a mia madre...ai miei 14 anni (prima liceo) ci fu un'autentica deflagrazione intra-familiare per ragioni CONIUGALI (detta semplice : mia madre scoprì attraverso mia nonna materna che mio padre avesse una stabile relazione extra coniugale) .
I modi scompostissimi con cui reagì mia madre (cercando di coinvogeere me e mio fratello nel prendere le sue parti) mi schifarono così profondamente che capii soltanto che lei fosse l'esatto contrario dell'idea di Donna da prendere "a modello".
Assolutamente possibile, riflettendo, che la determinatissima volontà di non somigliare a mia madre possa aver giocato a tutto favore dell'interiorizzazione di princìpi e schemi paterni, dei quali avevo Esempio di vita concreta, e non chiacchiere e sermoni.
(Mio fratello , invece, fece la scelta opposta - probabilmente avendo la stessa struttura fragile di nostra madre - e , in parte per calcolo e in parte per "sentimento", continuò a fare riferimento a mia madre e nell'accaduto trovò occasione per slatentizzare in modo sempre più viscido il PROPRIO odio verso nostro padre, sol perchè vissuto come persona immensamente più autorevole di lui (e di loro due messi insieme).


Mi ha colpito molto il tuo racconto. Sarà stato profondamente doloroso affrontare l'eventualità di un nucleo familiare che si disgrega, tra fazioni e angherie, proprio nel pieno della tua adolescenza, che è un momento della vita di per sé precario e delicato. In un contesto del genere è comprensibile sentire la necessità, in qualche modo, di "scegliere da che parte stare", per non sentir venir meno il terreno da sotto ai piedi.

Leggendo del tuo attaccamento iniziale a tua madre e, più avanti, del modello paterno a cui ti sei sentita molto più affine, emerge l’immagine di due figure di riferimento molto diverse tra loro, quasi opposte oserei dire. Anche se il punto di non ritorno - "la deflagrazione intra-familiare" - è arrivato attorno ai 14 anni, può esserci stato un “prima” che ha inciso in modo più discreto e silenzioso sul tuo modo di stare in relazione e su quella naturale propensione a prenderti cura.

Forse, più che una distinzione netta tra genetica e formazione, quello che descrivi assomiglia ad un processo di costruzione identitaria necessario: in un momento in cui molte certezze stavano crollando, ancorarsi a ciò che rappresentava per te vitalità, presenza e concretezza può essere stato un modo per restare in piedi e dare continuità a te stessa.
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E quando è sicura, si leva sulla creatura, solleva su di lei le braccia, e prende a cantare. Allora le costole e le ossa delle gambe cominciano a ricoprirsi di carne e le creature si ricoprono di pelo. La Lupa canta ancora, e quasi tutte le creature tornano in vita, con la coda ispida e forte che si rizza.

E ancora La Loba canta e il lupo comincia a respirare.

E ancora La Loba canta così profondamente che il fondo del deserto si scuote, e mentre lei canta il lupo apre gli occhi, balza in piedi e corre lontano giù per il canyon.

In un momento della corsa, per la velocità della corsa medesima, o perché finisce in un fiume, o perché un raggio di sole o di luna lo colpisce alla schiena, il lupo è d’un tratto trasformato in una donna che ride e corre libera verso l’orizzonte.

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Messaggioda ClaudiaK » 10/12/2025, 16:50



Ribadendo il mio entusiatico apprezzamento per la tua raffinatezza di analisi <3 :


-Entropia ha scritto:Quello che ti è stato fatto notare è un insegnamento prezioso. A volte, la trappola in cui si incagliano le persone complesse e riflessive, è proprio quella di cercare negli altri quella stessa profondità. Si finisce ad interrogarsi ed interpretare cose che non ci appartengono, perdendo di vista (almeno un po') quello che poi di fatto accade nel concreto. Il rischio, quindi, è quello di "giustificare, tollerare, spiegare" gesti anche dannosi e irrispettosi nei nostri riguardi (anche quelli più subdoli e meno plateali).


E S A T T A M E N T E ! :cincin: :ave:

-Entropia ha scritto:Sarà stato profondamente doloroso affrontare l'eventualità di un nucleo familiare che si disgrega, tra fazioni e angherie, proprio nel pieno della tua adolescenza, che è un momento della vita di per sé precario e delicato. In un contesto del genere è comprensibile sentire la necessità, in qualche modo, di "scegliere da che parte stare", per non sentir venir meno il terreno da sotto ai piedi.

Leggendo del tuo attaccamento iniziale a tua madre e, più avanti, del modello paterno a cui ti sei sentita molto più affine, emerge l’immagine di due figure di riferimento molto diverse tra loro, quasi opposte oserei dire. Anche se il punto di non ritorno - "la deflagrazione intra-familiare" - è arrivato attorno ai 14 anni, può esserci stato un “prima” che ha inciso in modo più discreto e silenzioso sul tuo modo di stare in relazione e su quella naturale propensione a prenderti cura.

Forse, più che una distinzione netta tra genetica e formazione, quello che descrivi assomiglia ad un processo di costruzione identitaria necessario: in un momento in cui molte certezze stavano crollando, ancorarsi a ciò che rappresentava per te vitalità, presenza e concretezza può essere stato un modo per restare in piedi e dare continuità a te stessa.


Possibilissimo e anche probabilissimo, certo.

In effetti c'erano stati prodromi di qualche serio problema di intesa tra i miei.
Ma in effetti nessun dato che potesse permettermi di entrare in quel problema, prima della deflagrazione.
Ero solo molto abituata a vedere mia madre come "istericuccia" ipercontrollante, venialmente ossessiva per capitoli come la pulizia della casa o l'indagare su qualunque mossa di qualunque familiare (tranne suo figlio, che se non LE avesse confessato lui di essere eroinomane...stranamente non se sarebbe accorto nessuno :facepalm: e men che mai LEI, che però era perfettamente in grado di ricostruire se dalla mia scarpiera mancasse un MIO paio di scarpe prestato a un'amica! E che andava a segnare i km percorsi in auto da mio padre...mentre lui era a fare il riposino pomeridiano!).
Certo è che, avendola sempre vissuta come isterucuccia capricciosa e molto egocentrata, questo non mi meravigliava più di tanto.
E quando ci fu la vera deflagrazione...il avevo il primo "amore eterno" della mia vita, oltre a carissimi amici, per cui ho sempre pensato che la loro semplice presenza mi attutisse molto il colpo intra-familiare.
Io non ho sofferto per la crisi dei miei (era come se dentro di me la ritenessi logica e inevitabile), mentre ho sofferto molto di atteggiamenti di mia madre che tuttora trovo osceni, ma che trovai sempre più osceni crescendo.
Solo per spiegarmi : i miei nonni materni votarono la vita a questa figlia unica che era mia madre, sino al punto che, per aiutara in ogni senso possibile e immaginabile, furono pronti a vendere le due casette che avevano in altra Regione, e trasferirsi con lei per aiutarla nelle incombenze quotidiane e anche economicamente per l'acquisto della casa di lei.
Sono sempre stati il maggiordomo e la governante/domestica/baby sitter di mia madre, che non ha mai amato l'accudimento della propria famiglia o anche "soltanto" la tavola della propria famiglia, e che ha sempre PREFERITO lavorare pur di evadere.
Sempre tutto sopperito più che egregiamente dai miei nonni.
Non solo ; mi era anche d'abitudine osservare da sempre, con sincero dispiacere, che mia madre manipolasse in modo che trovo ancora lurido sia mia nonna che mio padre, perchè cascuno dei due veniva da lei usato come suo "confidente" in modo per me schifoso, e cioè : con mia nonna si faceva "vitttima" del marito , e col marito si faceva "vittima" di mia nonna, mentre la realtà reale è che non fosse assolutamente "vittima" di nessuno dei due, che invece si facevano in quattro per per soddisfare i suoi capricci.
Ma non basta : questi Santi nonni (non potevo saperlo e/o capirlo neanche da 14enne) erano titolari di loro decorose pensioni.
Appresi verso i miei 18anni che queste pensioni benissero riscosse E TRATTENUTE da mia madre, che a mio nonno consegnava soltanto i pochi spicci per comprarsi le sigarette (ne fumava non più di sei al giorno ed erano le più economiche che siano mai state prodotte...le "Nazionali senza filtro".... E a mia nonna...i soldi per fare la spesa alimentare di casa nostra...)
Oggi so che nè io nè mio fratello abbiamo mai ricevuto un regalo di Natale o di complenno da questi nonni. E mi si strugge il cuore al pensiero di quanto possano aver desiderato farlo ed essere stati nella IMPOSSIBILITA' materiale di farlo!
Mia nonna rimediava preparandoci dolci in cui era maestra, ma..mi chiedo oggi...possibile che una figlia, che ci ha fatto i SUOI regali anche con i loro quattrini, non abbia MAI SENTITO lo scrupolo di preparare un pensierino e dirci "questo è da parte nonni" ????
E siccome è successo...vuol dire che è possibile.
Con la "deflagrazione" tutto peggiora ancora e in modo per me inconcepibile.
Chi aveva rivelato a mia madre di essere "tradita" da mio padre fu mia nonna.
Mia madre trasforma la cosa in una pubblica baraonda indegna.
Fino a quel giorno si mangiava tutti insieme alla stessa tavola.
Dopo quel giorno mia nonna decide che lei e mio nonno mangiano da soli in cucina (mio padre non c'entra assolutamente NIENTE con questo nuovo assetto).
Questa cosa, questa sì, mi ha fatto tanto male.
Ma ancora di più me ne ha fatto il vedere che mia madre e loro figlia, che non ha mai subito imposizioni di alcun genere da parte di mio padre, da allora e per sempre NON abbia minimamente CERCATO di convincere i suoi genitori a tornare alla consuetudine di sempre, quasi a considerarli "ok" nel continuare a servire il pranzo a noi, come sempre, per poii consumare il loro - COME LA SERVITU' - in cucina.
Queste sì sono cose che mi hanno fatto tanto male.

Ma, tornando al tema, non mi hanno mai indotta a disperare nella forza Bella della Vita, e piuttosto mi hanno portata sempre a chiedermi quale potesse essere la mia parte per renderla viva e vera, possibilmente non solo per me. <3
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ClaudiaK
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