La mia vita a metà

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La mia vita a metà

Messaggioda Xiao Ai » 12/02/2020, 20:02



Tanto per cominciare, salve a tutti.
Mi sono appena iscritta su questo forum perché mi sono resa conto di avere un'incredibile necessità di sfogarmi (e farlo sinceramente) e non so con chi altro poterlo fare, per cui... Penso che inizierò da qui.
Sono una ragazza di 23 anni e si può dire che non ho mai veramente iniziato a vivere né che abbia mai concluso niente in tutti questi anni. Non ho nessuna storia particolare alle spalle, nessuna famiglia problematica, nessun problema serio o preoccupante, e anzi si può dire che tutta la mia vita fino a questo momento è stata fin troppo normale, fino al punto da essere vuota.
Fin da piccola sono sempre stata un tipo ambizioso: le mie amiche sognavano di trovare la casetta e il lavoro dei sogni, mentre io osservavo la vita dei personaggi famosi e immaginavo di poter vivere come loro, viaggiando il mondo, incontrando persone, creando arte e condividendola con il mondo, comunicando con gli altri e avendo sempre avventure diverse.
Fin da piccola la mia più grande passione è sempre stata una sola: la musica, e credo che questo abbia giocato un ruolo fondamentale nel crearmi aspettative troppo alte per me stessa. Mia madre mi ha sempre raccontato che la mia prima parola è stata in realtà una canzone. A detta di lei, eravamo in macchina di ritorno da un compleanno e io iniziai dal nulla a cantare "tanti auguri a te". Da quel momento, si può dire che la musica è sempre stato l'unico elemento costante della mia vita che ancora oggi non mi abbandona.
All'età di sei anni ho ricevuto il mio primo regalo importante (talmente importante che ce l'ho ancora oggi, completamente funzionante, e lo uso costantemente), ovvero uno stereo tutto mio su cui poter ascoltare audiocassette e cd. Da quel momento, l'unica cosa che poteva rendermi davvero felice era comprare o ricevere un nuovo cd musicale da poter ascoltare senza sosta a tutto volume, per la disperazione dei miei genitori (e si può dire che oggi le cose non siano cambiate, anche se grazie a internet e alle tecnologie adesso preferisco ascoltare la musica tramite le cuffie, risparmiando tutti gli altri). Il mio "gioco" preferito era mettere il cd delle mie cantanti preferite (in quegli anni ovviamente non poteva che essere Hannah Montana) e fingere di fare concerti davanti a un pubblico immaginario, generalmente rappresentato dalle luci delle case e della strada fuori dalla mia finestra, usando qualsiasi cosa avessi a portata di mano come microfono. Ed era un gioco che facevo con le mie amiche o con i miei fratelli, così come quando ero sola: chiudevo la porta di camera mia e in un attimo quella stanza diventava il mio mondo e il mio palcoscenico (il vizio di "vivere" in camera mia non l'ho mai perso, ma ci tornerò in seguito).
Comunque, gli anni delle elementari erano stati molto felici per me: a scuola avevo molti amici ed ero la cocca delle maestre, dato che ero sempre la più brava della classe e prendevo i voti più alti di tutti. Non avevo davvero niente di cui lamentarmi... Per quanto una bambina possa volersi lamentare della propria vita.
Crescendo, nel corso degli anni, non ho mai trovato uno sport o un hobby che mi piacessero particolarmente. Ho provato di tutto: danza classica, danza moderna, hip hop, ginnastica artistica, nuoto, pallavolo... Ma non c'era niente che mi appassionasse davvero e finivo per abbandonare i corsi dopo averli frequentati per poco tempo.

Il periodo delle medie è probabilmente il periodo in cui più ho iniziato a formare quello che è il mio carattere attuale e in cui penso di aver posto le basi di quella che sono oggi. Fin da subito mi sono sentita diversa rispetto alle mie compagne di scuola: loro erano curate e carine e alcune di loro uscivano già tutte truccate e si trovavano i primi fidanzati. Io, invece, al tempo non mi curavo molto. Il fatto è che mi sentivo ancora una bambina e non mi sentivo in grado di fare tutte quelle cose che per me erano "da grandi". Inoltre, al tempo ero un po' un maschiaccio, ero cresciuta a stretto contatto con i miei due fratelli, per cui si può dire che rifiutassi la mia parte femminile o che avessi paura di approcciarla. E il motivo per cui avevo paura di approcciare il mio lato femminile era che quando provavo a farlo, ovviamente, ricevevo le critiche e le prese in giro dei miei fratelli che mi rifilavano commenti del tipo "indossi una gonna? ma le gonne sono da femmine, che schifo!", commento perfettamente normale per dei ragazzini tra gli 8 e gli 11 anni... ma la questione era che io ERO una femmina! E questo mi faceva sentire incredibilmente sbagliata e confusa. Talmente confusa che avevo iniziato lentamente a chiudermi in me stessa e a dubitare di tutto.
Durante quegli anni c'era un ragazzo che mi piaceva, ma non avevo mai avuto il coraggio di confessarmi perché mi sentivo sbagliata e non mi sentivo all'altezza. Così avevo finito per rinchiudermi nuovamente nella mia stanza e limitare a quelle quattro mura la mia esistenza.
Così come facevo quando ero piccola, tornavo da scuola, chiudevo la porta di camera mia, e lì vagavo nelle mie fantasie tutto il giorno.
Sempre in quegli anni ricevetti una piccola tastiera, su cui iniziai ad esercitarmi a suonare e in poco tempo imparai a leggere gli spartiti. Quando mostrai ai miei genitori che ero stata capace di imparare a leggere la musica e feci sentire loro la prima canzone che avevo imparato (ricordo ancora adesso perfettamente quale fosse, "Love Bugs" dei Jonas Brothers, che in quegli anni erano la mia band preferita di turno...), loro si convinsero a mandarmi a lezioni di pianoforte e finalmente riuscii a trovare un corso che mi piacque talmente tanto, che lo portai avanti per tutto il periodo del liceo (nonostante trovassi molta difficoltà a studiare con costanza, dato l'impegno che richiedeva costantemente la scuola e infatti, non sono mai riuscita a diventare brava a sufficienza a suonare).
Durante quegli anni davo molto spazio anche ad altri hobby: la scrittura e il disegno. Mi piaceva fare ritratti dei miei cantanti e musicisti preferiti e inventare storie che tenevo tutte per me sul mio computer (nessuna delle quali ha mai raggiunto il capitolo finale, però). Vorrei soffermarmi un attimo su questo punto dato che... Beh, il motivo per cui mi divertivo tanto a scrivere storie e il motivo per cui non avevo mai il coraggio di farle leggere a nessuno, era che in quei racconti scrivevo di come avrei voluto che fosse la mia vita. Tutte le protagoniste delle mie storie erano ragazze belle, magre e femminili, intelligenti, indipendenti e con qualche talento particolare che spiccava sugli altri (guarda caso, quello della musica era la mia scelta prevalente). Tutte le mie protagoniste, inoltre, avevano la fortuna di vivere nel posto più bello del mondo (ai miei occhi l'Inghilterra) e vivere la storia d'amore perfetta con ragazzi che, per pura casualità, nella mia testa avevano sempre le fattezze dei miei cantanti preferiti. E tutta la mia vita si riconduceva a quello: pagine di computer e scene che rimanevano vere solo nella mia testa.

Finite le medie ebbi il mio secondo regalo importante, ricevuto come premio per essere stata promossa con il massimo dei voti: un pianoforte tutto per me. Sì perché in quegli anni, non avendo hobby da sostenere o amicizie da coltivare, avevo avuto il tempo necessario per dedicarmi allo studio e mantenere i miei voti sufficientemente alti. Questo ovviamente era fonte di orgoglio per me... Ma il problema era che era una fonte di (forse troppo) orgoglio anche per i miei genitori e tutti i miei parenti. I miei fratelli non sono mai stati molto bravi a scuola e si limitavano a fare il minimo indispensabile che era richiesto per non venire bocciati. Io invece, per qualche motivo, riuscivo a mantenere la media alta nonostante non mi impegnassi mai al 100% (c'è da dire però che ero sempre molto concentrata durante le lezioni e non perdevo una singola parola delle spiegazioni dei professori). Ovviamente questo aveva comportato che io diventassi la speranza assoluta di tutta la mia famiglia, parenti lontani compresi. Tutti mi etichettavano come la più intelligente della famiglia e tutti mi vedevano come un futuro avvocato, un futuro politico o un futuro medico (seguendo le orme di mio padre, medico anche lui). Ne erano tutti totalmente convinti, tant'è che ricordo ancora bene un giorno in cui mia zia mi si avvicinò e mi disse: "Tu diventerai una persona importante un giorno". Io le chiesi come ne potesse essere così certa e lei si limitò a confermare dicendo che "perché sì. Tu sei intelligente, tu diventerai importante."
Ovviamente mi ha sempre fatto piacere sentirmi dire quelle cose. Voglio dire, a chi non piace sentirsi dire che si ha la stoffa per diventare una persona importante? Ma allo stesso tempo, dentro di me sentivo non solo una grande pressione, ma anche una immensa e feroce paura. Mi chiedevo cosa sarebbe successo se non ce l'avessi fatta, cosa sarebbe potuto accadere se non avessi accontentato le aspettative di tutti, se avessi fatto scelte sbagliate o se avessi potuto deludere qualcuno. Ma la cosa che mi faceva più paura, era la consapevolezza di dover abbandonare e mettere da parte la mia unica vera passione, la musica.
Si perché il mondo della musica era un mondo troppo difficile, un mondo fatta di gente poco seria, un mondo non approvato dalla visione della mia famiglia. Se volevo essere qualcuno di importante, dovevo fare quello che si sarebbero aspettati da me, ovvero che diventassi una professionista.

Così, iniziai il liceo nel peggiore dei modi possibili. Avrei voluto frequentare il musicale (anche il conservatorio mi sarebbe piaciuto, ma non ero brava abbastanza), ma i miei genitori mi dissero che era fuori questione perché era una scuola che non mi avrebbe portato da nessuna parte e non mi avrebbe permesso di continuare gli studi successivamente. Così decisi che la scuola adatta a me era il liceo classico. E non mi pento della scelta. Non me ne pento perché ho adorato gli studi che ho seguito: adoravo la filosofia, adoravo la letteratura greca e latina, amavo la storia... Ero (e sono) davvero soddisfatta di ciò che mi ha dato quella scuola.
Ma allo stesso tempo... Allo stesso tempo credo davvero che quelli siano stati gli anni più bui della mia vita. Sotto ogni punto di vista.
Esattamente come alle medie, nei primi anni di liceo non ero molto curata ed ero anche aumentata di peso (ho scoperto solo molti anni dopo di avere un problema alla tiroide). Questo ovviamente ha prodotto il risultato non solo di rendermi ancora meno sicura di me stessa, ma anche di farmi diventare il bersaglio dei miei compagni di scuola. Ho scoperto con il tempo di essere la vittima di prese in giro e scherzi, di avere nomignoli di cui non ero a conoscenza (uno su tutti "bulldog"), ero sempre attaccata e messa in disparte e io, come una sciocca, non ero mai stata in grado di affrontare la situazione. Non reagivo, non rispondevo, non mi lamentavo ma cosa ancora peggiore, non ho mai chiesto aiuto. Non ho mai parlato a nessuno di quello che vivevo perché me ne vergognavo e non volevo che i miei genitori si sentissero in colpa per quello che vivevo. L'unica reazione che ebbi? Isolarmi. Da tutto e da tutti. Completamente. E di nuovo, la mia camera era diventata l'unico luogo in cui ero confinata e l'unico posto dove ero capace di vivere.
Come se non bastasse, durante il secondo/terzo anno di liceo, conobbi un ragazzo della mia età di cui mi innamorai. Il problema? Era che questa persona l'avevo conosciuta tramite facebook e viveva dalla parte opposta d'Italia. Ci accomunava la passione per i Beatles (avevo iniziato ad ascoltarli durante le medie e da allora non mi hanno mai abbandonato. Sono una parte fondamentale della mia quotidianità ancora oggi). Con questa persona avevo condiviso davvero tanto: ci scrivevamo tutti i giorni e sentivo che il rapporto che ci accomunava era sincero, sentivo che quella persona mi voleva davvero bene. Per questo motivo mi aprivo totalmente e gli raccontavo tutto ciò che mi accadeva, tutto ciò che sentivo, tutto quello che facevo, cose belle e cose brutte. Con questa persona ero totalmente me stessa.
Ovviamente però, dopo circa un anno, venni a scoprire che ero stata presa in giro. Quel ragazzo mi aveva riempito di bugie e niente di ciò che mi aveva detto di sé era vero. Niente. Neppure il suo sesso. Quello che io credevo essere un ragazzo era in realtà una ragazza e scoprii che anche lei, esattamente come tutti i miei compagni di classe, mi usava solo per farsi due risate tramite me. Scoprii infatti il suo vero profilo e lo trovai pieno zeppo di riferimenti velati (e non) a conversazioni private avute con me. Il tutto tra le risate e gli insulti nei commenti.
Il risultato ovviamente fu che mi si spezzò il cuore e provai un dolore e una vergogna che non avevo mai provato prima di allora. Mi ero fidata e avevo sbagliato.
Ovviamente con lei non ebbi più niente a che fare ma, come è ovvio che sia, da quel momento ho reagito rifugiandomi sempre di più nel mondo dei sogni.

Paradossalmente però, per quante cose brutte mi accadevano, più desideravo vivere e più desideravo avere avventure e scoprire il mondo. In fondo, fino a quel momento avevo sempre vissuto tra le quattro mura di camera mia e volevo provare davvero a vivere un'avventura.
Se c'era una cosa in cui ero portata, quella cosa erano le lingue. Complici le giornate intere passate ad ascoltare musica straniera, ovviamente il risultato fu che imparai alla perfezione la lingua inglese (con tanto di tutti i certificati possibili presi sempre con il massimo dei voti). Per questo motivo, nell'estate dei miei 16 anni, decisi che avrei voluto provare a reagire e a cambiare le cose. Iniziai a tingermi i capelli e riuscii a convincere mio padre a mandarmi ad una vacanza studio di due settimane a Londra.
E quelle furono due delle settimane più felici della mia vita. Riuscii a fare amicizia con tanti ragazzi con cui passavo giornate intere, mi sentivo felice, libera e per la prima volta mi sentivo completamente me stessa. Durante quelle due settimane ero come un'altra persona: ero aperta e solare, mi curavo e mi truccavo senza sentirmi sbagliata, mi cimentavo in ogni sfida e sentivo di non essere mai stanca. Ricevetti anche la mia prima confessione d'amore! Ma non ci credetti e respinsi il ragazzo credendo che volesse solo prendermi in giro.
Ovviamente però, tornata a casa fu come se il sogno si fosse improvvisamente spezzato e tutto tornò ad essere come era sempre stato. Ero di nuovo sola, triste e confinata alle mie quattro mura. Da allora contavo le ore a quando avrei potuto fare il mio prossimo viaggio e quando sarei potuta finalmente tornare in Inghilterra, ma non ci riuscii fino all'ultimo anno di liceo. Grazie alla mia media alta, infatti, riuscii a rientrare in un progetto di scambio culturale che prevedeva un mese passato a Cambridge in una famiglia ospitante. Partii con dei ragazzi della mia scuola che non conoscevo, ma con cui riuscii sorprendentemente a fare amicizia. E di nuovo, esattamente come la prima volta, mi trovai ad essere completamente diversa da com'ero solitamente e questa volta era anche meglio perché ero libera di muovermi per la città come preferivo e lo AMAVO. Adoravo letteralmente svegliarmi la mattina, uscire di casa e girare per Cambridge per arrivare alla mia scuola, incontrare i miei amici e stare insieme a loro per poi organizzare uscite pomeridiane nel centro della città... Era tutto perfetto ed ero davvero felice. Ovviamente anche in quel caso mi presi una cotta per un ragazzo ma, sfortunatamente, scoprii quasi subito che fosse omosessuale per cui capii all'istante che avrei dovuto farmelo andare bene solo come amico (quota fidanzati = 0).
Al ritorno da quel viaggio poi, sull'aereo che mi avrebbe riportata a casa, festeggiai il mio 18esimo compleanno. Ricordo perfettamente la mia professoressa di inglese (che mi voleva bene come una madre) che mi disse "se sei diventata maggiorenne su un aereo, significa che sei destinata a viaggiare tutta la vita", e per qualche motivo quelle per me furono le parole più belle che potessi sentire. Mi fecero provare una felicità e un'emozione che mai avevo provato prima di allora e credo che, forse, uno dei motivi era che sotto sotto quelle parole mi facevano sperare ancora nei miei sogni di gloria.
Comunque, quell'anno rinunciai a festeggiare il mio compleanno (anche perché non avevo molti amici con cui festeggiarlo in ogni caso) e decisi che con i soldi che sarebbero dovuto andare all'organizzazione della festa, ci avrei fatto un viaggio. Ovviamente di nuovo in Inghilterra. E quella volta partii con un gruppetto di 4 amici (due in realtà perché uno di loro era l'amico di uno dei ragazzi che sarebbero partiti con me e un'altra ragazza era la sorella della seconda ragazza con cui sarei partita). Fittammo un appartamento poco lontano dal centro di Londra e, anche quella volta, posso dire di aver avuto un'esperienza molto soddisfacente. Essendo da soli e non avendo corsi da frequentare, eravamo liberi di goderci la città come volevamo e sentivo che quella era davvero la prima volta in cui ero responsabile di me stessa: avevamo un appartamento, dovevamo fare la spesa, organizzare le uscite da soli e trovare da soli il modo per spostarci. Insomma, era la prima volta che mi mettevo davvero in gioco (una sera uscii anche completamente da sola per andare a teatro a vedere uno spettacolo sui Beatles in cui cantai e mi divertii come una matta! Ricordo anche un uomo inglese che era con la moglie che si complimentò con me per i miei gusti musicali rendendomi molto fiera di me stessa).
Ovviamente però, sorpresa sorpresa, anche quel viaggio finì e tutto tornò ad essere come era sempre stato.

Dopo quel momento arrivò la maturità e con lei anche alcune delle scelte più difficili che dovetti affrontare. Ovviamente al primo posto ci fu la scelta di dover abbandonare definitivamente gli studi di pianoforte (e quindi ogni sogno di poter andare un giorno al conservatorio o di poter seguire la strada della musica). Il fatto era che gli studi stavano prendendo tutto il mio tempo e non riuscivo ad essere costante nelle lezioni. Ero costretta a posticipare sempre e la maggior parte delle volte dovevo preparare gli esercizi nelle ore prima della lezione, con il risultato che non miglioravo e sentivo di non essere in grado.
Così, dovetti prendere la decisione di dire addio al pianoforte. Decisione che ancora adesso mi fa stare molto male.
Comunque, provai a convincermi che la musica doveva rimanere solo quello che era e cioè una passione e che non poteva essere la mia strada da seguire.
Così iniziai a prendere in considerazione diverse facoltà a cui potermi iscrivere.
Le scelte erano tutte dettate e consigliate da diverse fazioni della mia vita: lingue (altamente consigliata dai miei professori e i miei unici due amici), psicologia (voluta da me per il mio grande difetto di sapere ascoltare fin troppo bene le persone ed essere incredibilmente empatica al punto da essere odiosa per me stessa) e medicina (voluta dai miei parenti e i miei genitori).
Alla fine, scelsi lingue credendo di rendermi la vita facile dato che avevo già un livello avanzato di inglese e poi, a conti fatti, quella era la facoltà che più si avvicinava al mio sogno di poter girare il mondo (ero davvero ingenua). – Bisogna anche considerare che non avevo la più pallida idea di quale lavoro avrei voluto fare e quale strada seguire. Mentivo ai miei parenti dicendo che volevo studiare giornalismo, ma la verità è che non ci ho mai neanche pensato a fare un lavoro del genere. –
Quando mi iscrissi, decisi che avrei voluto frequentare l'università in un'altra città, in modo che mi sarei definitivamente allontanata da quel posto che per tanti anni era stato il mio carcere e il mio tugurio. Così decisi che sarei andata a Roma e la scelsi perché non era troppo lontano da casa (appena 3 ore di viaggio), così che in qualunque caso avrei fatto in tempo ad andarmene e tornare a casa, ma anche perché era una città grande, una metropoli che non aveva niente a che vedere con la mia città di provenienza e la vedevo come il luogo adatto a ricominciare completamente da capo e cercare di dare una svolta definitiva alla mia vita.
Per questo motivo, cercai di convincere mio padre a lasciarmi andare a vivere in un appartamento ma lui, iperprotettivo e con una mentalità vecchio stampo, non era assolutamente favorevole alla cosa. E così, pur di andare via, accettai di andare a malincuore in un collegio universitario (con la promessa iniziale che sarebbe stato solo per il primo anno).

Arrivata a Roma, devo ammettere che le cose avevano iniziato ad andare davvero bene. Quell'anno avevo perso molti chili arrivando quasi al mio peso standard (che non sono mai riuscita a raggiungere però, fermandomi sempre ad una distanza di 4/5 kg perenni che non riesco a superare) e quella perdita di peso aveva contribuito a farmi sentire più sicura di me. Ovviamente avevo smesso di tingermi i capelli, ma avevo comunque cercato di trovare uno stile che fosse mio e cercavo di non avere paura di risultare più femminile, cercando di fare pace con il mio corpo (ma ancora non sento di amarmi come dovrei e ancora provo molta insicurezza sul mio fisico).
Comunque, in poco tempo riuscii a stringere diverse amicizie e mi ritrovai a vivere una vita che non avevo mai vissuto fino a quel momento: per la prima volta non solo ero indipendente, ma ero anche libera di gestire la mia vita come preferivo e sentivo di non avere alcun timore. Uscivo tutti i giorni, andavo sempre a spasso per il centro di Roma, frequentavo le lezioni, avevo finalmente una vita sociale e per un po' di tempo sentivo di essere finalmente arrivata ad un punto della mia vita in cui ero felice di ciò che avevo.
Ma da una parte sentivo che c'era un vuoto che non riuscivo a riempire.
In una delle camere vicino alla mia, c'era una ragazza che aveva portato da casa la sua tastiera. Quella ragazza aveva la mia età e aveva frequentato il conservatorio, dove aveva preso il diploma. Sapeva suonare e cantare, era bella, femminile, intelligente e pure simpatica. Insomma, era tutto quello che io avrei sempre voluto essere ma che mai ero stata. Ovviamente, la passione per la musica ci portò a legare immediatamente e finii con il passare le giornate in camera sua a guardarla suonare e a chiederle di farmi sentire sempre pezzi nuovi, ammirandola e invidiandola anche un po' per quel talento che io non avevo mai avuto. Lei era sempre molto positiva con me e ogni volta mi spronava a suonare o a cantare insieme a lei ma io, per timidezza e incertezza, mi rifiutavo sempre e non riuscivo mai a sbloccarmi. Alla fine, lei stessa mi consigliò di tornare a prendere lezioni di musica, se era quello che mi faceva stare bene.
In quel momento realizzai che quel vuoto che sentivo era proprio dovuto al fatto di aver lasciato da parte la mia unica vera passione, l'unica cosa che sentivo davvero di voler fare. Così, di nascosto dalla mia famiglia, trovai una scuola di musica e per la prima volta nella mia vita decisi di prendere lezioni di canto.
E lo adoravo, lo adoravo da impazzire. Lo adoravo ancora più che suonare il pianoforte. Cantare era incredibilmente liberatorio e magico, era rilassante, divertente e mi usciva anche abbastanza naturale (il mio insegnante si congratulava sempre con me per quanto fossi veloce nei miglioramenti). Quando frequentavo le lezioni di canto mi sentivo davvero bene e sentivo che non c'era nient'altro che mi potesse rendere felice. Alla fine di quell'anno di corso, poi, il mio insegnante mi convinse a partecipare al saggio di fine anno e mi diede una canzone da studiare, che avrei dovuto cantare completamente sola davanti ad un pubblico vero (la canzone era Bless The Broken Road dei Rascal Flatts). Io inizialmente rifiutai con tutte le mie forze, dato che mai e poi mai avrei avuto il coraggio di mettermi in mostra e cantare davanti a delle persone. Io, che fino a quel momento non avevo mai neanche messo piede fuori casa. Lui però mi convinse e alla fine, non so con quale impeto di coraggio, partecipai al saggio e per la prima volta in vita mia misi piede su di un palco vero, presi in mano un microfono vero e cantai davanti ad un pubblico vero. Non so come andò l'esibizione (immagino già di aver fatto schifo), ma fu la sensazione più bella che avessi mai provato in tutta la mia vita. Essere lì, esibirmi per quelle persone, essere davanti a loro e intrattenerle... Era quello che avevo sempre sognato e lo avevo fatto davvero. E non mi importava se magari non fossi piaciuta a nessuno o se tra quelle persone nessuno era lì per vedere me (non avevo invitato nessuna delle mie amiche e la mia famiglia, per ovvie ragioni, non era presente). Non mi importava perché io avevo fatto una cosa che mai e poi mai avrei creduto sarei stata capace di fare e quella sera sentii davvero che quella era la mia strada e che quello era ciò che avrei davvero voluto fare nella vita. E non era un capriccio o uno stupido sogno di gloria nel tentativo di imitare qualche cantante famoso o nella speranza di diventare ricchi. Assolutamente no. Anzi, dei soldi e della ricchezza non mi è mai importato niente, né mai ho desiderato far parte dello show business, che in realtà anzi odio. Quello era ciò che mi faceva stare bene e mi faceva sentire davvero completa.

Esattamente come ogni altro evento felice della mia vita però, anche quello fu destinato a finire presto. Subito dopo aver fatto il saggio, infatti, fui costretta ad abbandonare il corso. E il motivo era perché era troppo costoso ed essendo una studentessa fuori sede in una città cara come Roma, non riuscivo più a pagarmi le lezioni. L’alternativa sarebbe stata rivelare a mio padre che seguivo quel corso e chiedere a lui di pagarmelo, ma quello era fuori questione. Avevo una paura immensa di come avrebbe potuto reagire mio padre se avesse saputo che “perdevo tempo” andando a lezioni di canto e sapevo già che me ne avrebbe dette di tutti i colori… E così decisi di abbandonare il canto e tornare a pensare solo ed esclusivamente allo studio.
Ma questa volta le cose non andarono bene e per la prima volta nella mia vita da studentessa, mi resi conto di non essere “la secchiona” che credevo di essere.
Da quando avevo abbandonato definitivamente il canto, ero come di colpo tornata ad essere quella che ero quando ancora ero a casa. Uscivo sempre di meno e me ne stavo rintanata nella mia camera a non fare niente tutto il giorno (se non ascoltare musica), facevo sempre più assenze all’università e non riuscivo a studiare.
Il mio primo anno di università diedi solo due esami: lingua inglese e lingua spagnola. E presi 30 ad entrambi. Ora uno potrebbe pensare, “meno male che aveva detto di non essere secchiona!!!”, ma il fatto è che quelli erano anche gli esami più facili da fare. Come ho già detto, io ho passato praticamente tutta la mia adolescenza a studiare inglese, per cui ero letteralmente andata a sostenere quell’esame di lingua senza aprire libro (quell’esame prevedeva un livello pre-intermedio mentre io ero ad un livello avanzato) e la stessa cosa si poteva dire per spagnolo, esame ancora più facile che anche chi non ha mai provato a studiare spagnolo avrebbe potuto passarlo.
Comunque, per quell’anno non diedi altri esami e cercai di non far trasparire la cosa a casa, facendo passare il messaggio che invece studiavo perennemente e tutto andava alla grande.

Le cose però, non facevano che peggiorare. Il mio secondo anno di università fu letteralmente uno sfacelo totale. Probabilmente quello fu l’anno in cui davvero mi resi conto di essere in una sorta di depressione e che c’era qualcosa che non andava.
Tutto iniziò con un litigio atroce con mio padre che mi portò a stare veramente male: quell’anno tutte le mie amiche più strette erano andate via dal collegio per andare in appartamento e molte di loro avevano cercato di convincermi ad andare con loro, ma mio padre si batté ferocemente per farmi rimanere dov’ero, nonostante fosse consapevole che io NON VOLEVO stare lì, non lo avevo MAI voluto e che la cosa non mi rendeva felice. Per un po’ cercai di battermi e passammo diverso tempo a litigare e, per me che ero sempre stata la cocca di papà, quello fu davvero un periodaccio. Ho sempre voluto un gran bene a mio padre e ho sempre desiderato renderlo fiero di me, ma in quel periodo mi aveva ferita talmente tanto che avevo iniziato a odiarlo. Sapere che lui preferisse mettere la sua volontà davanti alla mia felicità e alla mia libertà, mi metteva in uno stato mentale davvero negativo.
Quell’anno smisi completamente di seguire le lezioni, divenni nervosa, acida e trattavo male la mia migliore amica (che invece aveva sempre cercato di aiutarmi, spronandomi tantissime volte a cercare aiuto psicologico). Molte volte mi capitava di uscire e dover correre a casa dopo poco perché iniziavo a piangere nel mezzo della strada. Avevo iniziato anche a sviluppare una sorta d’ansia, che mi portava a non sentirmi tranquilla quando uscivo di casa e da quel momento ho sviluppato una strana paura dei posti troppo affollati (ancora adesso preferisco farmi km interi a piedi piuttosto che dover salire su un autobus affollato di gente). Ovviamente poi, non studiavo e quando ci provavo finivo per perdere tempo in qualunque modo mi venisse in mente. Molte volte piangevo disperatamente chiusa in camera e lasciavo che tutta la tristezza che avevo accumulato nel corso del tempo si sfogassi in quei momenti. Piangevo per tante cose, che andavano anche oltre il periodo che stavo attraversando: piangevo perché non mi piacevo, piangevo perché non mi sentivo portata in niente, piangevo perché non vedevo un futuro o una strada adatta a me, piangevo ripensando al mio periodo al liceo e piangevo pensando all’unica persona che avessi amato che mi aveva presa in giro.
Insomma, ero entrata nel periodo più brutto che avessi mai vissuto. E ancora una volta, grazie anche al fatto che fossi lontana da casa, non dissi niente a nessuno della mia situazione.
Anzi, per molto tempo feci finta di niente. Quando sapevo di non avere altra scelta, nascondevo semplicemente tutto, uscivo dalla mia camera e fingevo che fosse tutto a posto.

Ovviamente neanche quell’anno diedi esami. Anzi, provai a darne uno solo, letteratura inglese, ma ovviamente ricevetti un misero 18 che rifiutai. Da quel momento non provai neanche più a dare altri esami.
In un primo momento cercai di ignorare il fatto che la mia svogliataggine fosse dovuta alla mia “depressione” (lo metto tra virgolette perché, di fatto, non mi è stata mai diagnosticata e non me la sento di autodefinirmi depressa. Ma allo stesso tempo, questo è il termine che più rende l’idea di come mi sentissi in quel periodo). Dentro di me sapevo che lingue non mi stava dando ciò che volevo e che non era il corso di studi adatto a me, ma dall’altro non volevo dover ammettere con la mia famiglia di non essere contenta della mia scelta e di voler cambiare. Se lo avessi fatto, pensavo che avrei di nuovo deluso tutti e che sarei stata la vergogna della mia famiglia. Così, in qualche modo, mi autoconvinsi che il problema fosse la scelta delle lingue che non mi soddisfaceva e quindi, decisi di cambiare il mio piano di studi e lanciarmi in lingue più particolari e difficili: provai con il francese ma lo odiai all’istante; provai poi con il giapponese, ma capii subito che non faceva affatto per me; poi passai al cinese e non ne ero entusiasta, ma sembrava essere la scelta migliore tra tutte quelle che avevo provato. Così scelsi di studiare quello.
Ma la verità è che non ho mai neanche iniziato. Non ho mai frequentato neanche una lezione di cinese e tutt’ora conosco solo poche parole che ho imparato sfogliando i libri di grammatica.
(Recentemente ho scoperto di essere portata per il coreano, ma solo perché grazie ad una mia cugina, ho scoperto che mi piace quel tipo di musica… Di nuovo, la musica).
Insomma, il mio secondo anno di università è stato nero e così anche il terzo anno.
In quel periodo entravo e uscivo da stati in cui provavo a reagire e cercare soluzioni al mio problema e stati in cui volevo solo rimanere chiusa nella mia stanza e sparire dalla faccia della terra.
Durante il mio terzo anno però, riuscii a trovare il coraggio di ammettere a me stessa che la scelta di lingue era stata una scelta del tutto sbagliata, presa solo perché sembrava quella che più si avvicinava al mio sogno di viaggiare e vedere il mondo (anche se in realtà, da quando ho compiuto 18 anni non ho fatto nessun altro viaggio, nemmeno per una vacanza). Per la prima volta, poi, trovai il coraggio di parlarne a mia madre e lei, dopo essere rimasta spiazzata dalla cosa, mi chiese cos’è che avrei voluto fare. Quello fu molto positivo, perché mi aiutò a sentirmi rassicurata: sapere di avere l’appoggio di mia madre (non tanto quello di mio padre, con cui ebbi un secondo litigio furioso in cui gli ho davvero detto di tutto), mi aveva fatto sentire come se avessi avuto una seconda opportunità e come se potessi ricominciare da capo.
Così mi presi un po’ di tempo per cercare di capire cos’è che volevo fare.
Inizialmente presi in considerazione psicologia. Come ho già accennato, sento di essere molto portata nell’ascoltare le persone e tutti, per qualche motivo, mi dicono sempre di vedermi come una persona affidabile. Moltissime volte mi è capitato – e mi capita ancora adesso – che persone che conosco appena si confidino con me e mi parlino dei loro problemi; tutte le mie amiche sanno che se c’è qualcosa che non va possono sempre confidare su di me per un aiuto, un consiglio o un appoggio e io stessa sento di avere un istinto naturale nel capire le persone. Come già accennato sono molto empatica (della serie che piango se vedo qualcuno piangere) e trovo affascinante conoscere e capire la mente umana.
Quindi fare la psicologa non sarebbe stata una scelta troppo sbagliata e per un attimo sono stata tentata dal fare quello. Ma poi mi sono detta: è davvero ciò che voglio? Ho passato una vita intera ad ascoltare gli altri senza che nessuno ascoltasse mai me, voglio davvero passare la mia vita ad ascoltare i problemi della gente quando io sono la prima a non avere nessuno che aiuti me?
Così ho scartato l’opzione di psicologia.
La seconda scelta era quella di medicina. E neanche questa sembrava una scelta malaccio. Certo, il percorso è decisamente lungo e difficile, ma è una materia che mi ha sempre affascinato e per cui ho anche sempre avuto un certo istinto. Sarà poi che entrambi i miei genitori sono nel campo e questo può aver condizionato la mia visione (come ho detto mio padre è un medico, mentre mia mamma è un’infermiera) ma ho sempre pensato ai medici come dei veri eroi che salvano la vita delle persone. Vedere il sorriso di una persona che ti ringrazia dopo aver curato un suo caro era una cosa che mi ha sempre scaldato il cuore e ho sempre pensato che se mai nella vita avessi potuto rendere felici le persone in quel modo, allora era davvero quello che dovevo fare.
E così, quest’anno, ho deciso di tentare anche io i test di medicina.
Ma ovviamente non sono rientrata.
Così, nella speranza di prepararmi al test dell’anno prossimo, mi sono iscritta intanto a farmacia e ora sto frequentando i corsi lì.

Quest’anno quindi, ho appena terminato il mio primo semestre in questa nuova facoltà e sento di avere sentimenti misti al riguardo.
Al momento ho seguito anatomia e devo ammettere che il corso mi è piaciuto davvero tanto e mi ha entusiasmato parecchio. Infatti, durante tutto il primo semestre sono stata a tutte le lezioni e ho sentito una serenità che non sentivo più da tanto tempo. Ho ripreso ad uscire, mi sento più rilassata anche con le mie amiche e di nuovo dopo tanto tempo ho dei ragazzi che mi corteggiano (ma nessuno di loro ha avuto speranze, attualmente).
Il problema è che adesso, nel momento stesso in cui sto scrivendo queste parole, sento che sto ricadendo nel circolo di prima. In questo momento sono a casa (sono rientrata da Roma per le vacanze di natale) e non metto piede fuori casa probabilmente da capodanno. Dovrei studiare per il mio esame che ci sarà la settimana prossima, ma sento di non essere all’altezza. Sento che questa è una materia davvero difficile e ho paura di non avere la stoffa per prendere un giorno in mano la vita delle persone e aiutarle. Il motivo per cui ho sentito il bisogno di scrivere queste parole è perché, proprio adesso, ho cominciato nuovamente a dubitare della mia scelta e mi sto chiedendo se sono di nuovo indirizzata per tornare nel limbo in cui ero appena un paio d’anni fa.
Ultimamente ho cercato di spronarmi cercando un nuovo insegnante di canto da cui andare, l’ho anche contattato e gli ho detto che gli avrei fatto sapere al più presto per prendere appuntamento per la prima lezione… Ma è passato più di un mese e non mi sono più fatta viva perché già so che sarebbe inutile, che dovrei fare tutto di nascosto e che finirei per lasciare tutto dato che non avrei la possibilità di pagarmi le lezioni.
Ora dovrei pensare solo a studiare e invece non faccio che perdere tempo ascoltando la musica, canticchiando o suonando il piano (quel po’ che ricordo come si fa). Per quanto ci provi ad allontanarla da me, alla fine torno sempre da lei, dalla musica. E non so che fare. Non so quale sia la mia strada e mi sento persa. So di non essere stupida, so che se avessi un po’ di buona volontà potrei concludere qualcosa, ma sento di non esserne capace. Sento di riuscire a cavarmela e di avere un interesse per tutto (spazio dalla scienza alla filosofia, dal make up e la moda alla cultura) ma di non essere veramente brava in niente. Non c’è niente che mi riesca davvero bene e nessun talento su cui poter puntare e da poter seguire.
Sto divagando.
Comunque, questa sono io e questa è la mia vita non vissuta. Una vita senza uno scopo, una vita triste, solitaria e inutile.
Se qualcuno è arrivato fin qui, grazie per aver letto questo post e mi scuso per la lunghezza ma tendo ad essere molto prolissa, anche se non vorrei.

PS: C’è un argomento che ho sempre accennato ma su cui non mi sono soffermata ma di cui vorrei parlare perché mi fa sentire molto a disagio. L’argomento ragazzi.
Come si è capito, ho 23 anni e non ho mai avuto un fidanzato. E la cosa mi fa vergognare immensamente. Certo, ultimamente ho diversi pretendenti (quindi non posso appigliarmi alla scusa di non piacere) ma tanti motivi mi hanno sempre bloccato dal lasciarmi andare. Il primo quello del mio rapporto conflittuale con me stessa, poi la mia paura di dovermi lasciare andare con una persona e dovermi mostrare per quella che sono e poi ovviamente il fatto stesso di non avere esperienza. Ho 23 anni e ho meno esperienza di una ragazzina di 15 anni e la cosa mi fa davvero vergognare. Insomma, sono un vero casino e non so… Probabilmente questo non c’entra neanche niente con il post ma non ne ho mai parlato con nessuno e per una volta voglio essere sincera al 100% su quello che mi riguarda. Quindi niente, pensavo fosse doveroso puntualizzare la cosa.
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Xiao Ai
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Messaggioda Alistair » 12/02/2020, 21:24



Quanto scrivi!
Ad ogni modo si vede che hai fatto il classico... scrivi davvero bene.
... dimenticavo... Benvenuta!
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Alistair
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Messaggioda Xiao Ai » 12/02/2020, 21:34



Alistair ha scritto:Quanto scrivi!
Ad ogni modo si vede che hai fatto il classico... scrivi davvero bene.
... dimenticavo... Benvenuta!


L'avevo detto di essere molto prolissa :( chiedo scusa! Comunque grazie <3 <3
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Xiao Ai
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Messaggioda Alfa 4C » 13/02/2020, 17:55



Benvenuta. Il post è estremamente lungo troverei molto difficile commentare ogni singola vicenda, quindi mi soffermo, in modo abbastanza disarticolato, su ciò che ha attirato maggiormente la mia attenzione.

Sono una ragazza di 23 anni e si può dire che non ho mai veramente iniziato a vivere né che abbia mai concluso niente in tutti questi anni.

Quando ci si confronta con altre persone che hanno ottenuto determinati risultati o fatto certe esperienze, credo sia abbastanza normale avere questi pensieri e sentire di essere inferiori agli altri o di valere poco, soprattutto quando le aspettative altrui sono elevate.

Nel tuo racconto ho trovato anche qualche somiglianza con quanto ho vissuto io stesso, per esempio l'aver provato molte attività e averle lasciate, oppure l'aver vissuto un periodo felice, ma breve, con rapporti umani molto soddisfacenti (nel tuo caso le due settimane a Londra); o ancora:

Sento di riuscire a cavarmela e di avere un interesse per tutto (spazio dalla scienza alla filosofia, dal make up e la moda alla cultura) ma di non essere veramente brava in niente. Non c’è niente che mi riesca davvero bene e nessun talento su cui poter puntare e da poter seguire.

La musica ti accompagna da sempre ma non hai la possibiliità di renderla il tuo lavoro? Non abbandonarla. Moltissima gente ha una passione che avrebbe voluto praticare come mestiere, finendo però per svolgere un lavoro completamente diverso. Ciò che conta davvero è non mollare quello che ti fa star bene e che ti sostiene anche nei momenti più difficili.

Infine, quanto agli affari sentimentali:

Ricevetti anche la mia prima confessione d'amore! Ma non ci credetti e respinsi il ragazzo credendo che volesse solo prendermi in giro.

Potrebbe essere successo perché temevi di essere ingannata di nuovo, comprendo perfettamente tale comportamento e non penso che fosse tua intenzione deluderlo.

Vorrei dirti, infine, di non sentirti inferiore alle altre ragazze che hanno un fidanzato e di non pensare che tutti gli uomini vogliano una sola cosa o che preferiscano le donne che si concedono facilmente. Magari saranno una minoranza i maschi a cui l'aspetto fisico non interessa più di tanto, ma esistono eccome: sono solo un po' più difficili da trovare. Serve però anche un piccolo sforzo da parte tua, un passetto alla volta, nel lasciarti andare.
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Messaggioda Xiao Ai » 13/02/2020, 22:14



Alfa 4C ha scritto:Benvenuta. Il post è estremamente lungo troverei molto difficile commentare ogni singola vicenda, quindi mi soffermo, in modo abbastanza disarticolato, su ciò che ha attirato maggiormente la mia attenzione.

Sono una ragazza di 23 anni e si può dire che non ho mai veramente iniziato a vivere né che abbia mai concluso niente in tutti questi anni.

Quando ci si confronta con altre persone che hanno ottenuto determinati risultati o fatto certe esperienze, credo sia abbastanza normale avere questi pensieri e sentire di essere inferiori agli altri o di valere poco, soprattutto quando le aspettative altrui sono elevate.

Nel tuo racconto ho trovato anche qualche somiglianza con quanto ho vissuto io stesso, per esempio l'aver provato molte attività e averle lasciate, oppure l'aver vissuto un periodo felice, ma breve, con rapporti umani molto soddisfacenti (nel tuo caso le due settimane a Londra); o ancora:

Sento di riuscire a cavarmela e di avere un interesse per tutto (spazio dalla scienza alla filosofia, dal make up e la moda alla cultura) ma di non essere veramente brava in niente. Non c’è niente che mi riesca davvero bene e nessun talento su cui poter puntare e da poter seguire.

La musica ti accompagna da sempre ma non hai la possibiliità di renderla il tuo lavoro? Non abbandonarla. Moltissima gente ha una passione che avrebbe voluto praticare come mestiere, finendo però per svolgere un lavoro completamente diverso. Ciò che conta davvero è non mollare quello che ti fa star bene e che ti sostiene anche nei momenti più difficili.

Infine, quanto agli affari sentimentali:

Ricevetti anche la mia prima confessione d'amore! Ma non ci credetti e respinsi il ragazzo credendo che volesse solo prendermi in giro.

Potrebbe essere successo perché temevi di essere ingannata di nuovo, comprendo perfettamente tale comportamento e non penso che fosse tua intenzione deluderlo.

Vorrei dirti, infine, di non sentirti inferiore alle altre ragazze che hanno un fidanzato e di non pensare che tutti gli uomini vogliano una sola cosa o che preferiscano le donne che si concedono facilmente. Magari saranno una minoranza i maschi a cui l'aspetto fisico non interessa più di tanto, ma esistono eccome: sono solo un po' più difficili da trovare. Serve però anche un piccolo sforzo da parte tua, un passetto alla volta, nel lasciarti andare.



Grazie mille per le tue belle parole. Credo di avere il difetto di essere molto severa con me stessa e vedere sempre tutto o bianco o nero. Dovrei davvero imparare a mettermi in gioco di più e correre dei rischi ogni tanto.
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Xiao Ai
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Messaggioda Loffio » 13/02/2020, 22:56



Purtroppo quando avresti dovuto risolvere i tuoi primi problemi, i tuoi primi disagi, non lo hai fatto. E non lo hai fatto perchè eri giovane, inesperta, non hai saputo riconoscerli per quelli che erano; quindi, non hai colpa. Probabilmente hai pensato di archiviare tutto nel dimenticatoio pensando così di aver risolto, la questione, eliminato il problema e averlo buttato nella spazzatura. Ma non è così. Il dimenticatoio non è l'ambiente sterile, inerte e sicuro che molti pensano. Lì le questioni irrisolte, fermentano e marciscono anche. Un po' come il vino invecchia in cantina. Ma il vino che ci verrà rispedito indietro, non è come un superbo champagne d'annata; quel che poi la vita e la psiche ci restituiscono, è un vino rancido e disgustoso che in un modo onell'altro, dovremmo averci a che fare, fosse anche soltanto sentirne l'odore.
Ma c'è anche qualche altra cosa che mi lascia perplesso: la tua passione per la musica e il canto. E' davvero una passione?
Nelle tue fantasie racconti di aver cantato davanti ad un pubblico immaginario e poi hai dovuto combattere con te stessa una volta che hai avuto la possibilità di dare corpo al tuo sogno. Guarda che i grandi divi, anche se non tutti, hanno iniziato dal basso, esibendosi anche nelle bettole di fronte ad un pubblico improbabile... Se veramente è la tua passione e quello che volevi fare, non ti avrebbe fermata nessuno. E non mettere come scusa che non avevi abbastanza tempo, perchè chi frequenta il conservatorio fino in fondo, frequenta anche la scuola che sta al conservatorio e guardacaso è proprio il liceo classico.
A me viene il sospetto che neanche tu in fondo sai quel che vuoi; inizi anche a scrivere quelle sorti di romanzi ma dici di non concluderli mai...
Anche il lato sentimentale sei riuscita a mandare a monte. Oggi tutti riescono a trovare qualcuno con cui andare almeno a prendere un gelato mano nella mano e darsi un bacio. E se il bacio speri di scambiarlo con un bel ragazzo che, come piace a te, molto probabilmente è già piaciuto a qualche altra ragazza con la quale ha scambiato molto più di un bacio, il confronto salta subito fuori e in meno di un secondo, vorrai sotterrarti dalla vergogna...
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Messaggioda Xiao Ai » 13/02/2020, 23:29



Loffio ha scritto:Purtroppo quando avresti dovuto risolvere i tuoi primi problemi, i tuoi primi disagi, non lo hai fatto. E non lo hai fatto perchè eri giovane, inesperta, non hai saputo riconoscerli per quelli che erano; quindi, non hai colpa. Probabilmente hai pensato di archiviare tutto nel dimenticatoio pensando così di aver risolto, la questione, eliminato il problema e averlo buttato nella spazzatura. Ma non è così. Il dimenticatoio non è l'ambiente sterile, inerte e sicuro che molti pensano. Lì le questioni irrisolte, fermentano e marciscono anche. Un po' come il vino invecchia in cantina. Ma il vino che ci verrà rispedito indietro, non è come un superbo champagne d'annata; quel che poi la vita e la psiche ci restituiscono, è un vino rancido e disgustoso che in un modo onell'altro, dovremmo averci a che fare, fosse anche soltanto sentirne l'odore.
Ma c'è anche qualche altra cosa che mi lascia perplesso: la tua passione per la musica e il canto. E' davvero una passione?
Nelle tue fantasie racconti di aver cantato davanti ad un pubblico immaginario e poi hai dovuto combattere con te stessa una volta che hai avuto la possibilità di dare corpo al tuo sogno. Guarda che i grandi divi, anche se non tutti, hanno iniziato dal basso, esibendosi anche nelle bettole di fronte ad un pubblico improbabile... Se veramente è la tua passione e quello che volevi fare, non ti avrebbe fermata nessuno. E non mettere come scusa che non avevi abbastanza tempo, perchè chi frequenta il conservatorio fino in fondo, frequenta anche la scuola che sta al conservatorio e guardacaso è proprio il liceo classico.
A me viene il sospetto che neanche tu in fondo sai quel che vuoi; inizi anche a scrivere quelle sorti di romanzi ma dici di non concluderli mai...
Anche il lato sentimentale sei riuscita a mandare a monte. Oggi tutti riescono a trovare qualcuno con cui andare almeno a prendere un gelato mano nella mano e darsi un bacio. E se il bacio speri di scambiarlo con un bel ragazzo che, come piace a te, molto probabilmente è già piaciuto a qualche altra ragazza con la quale ha scambiato molto più di un bacio, il confronto salta subito fuori e in meno di un secondo, vorrai sotterrarti dalla vergogna...


Ciao Loffio, grazie mille per la tua risposta.
Parto subito col dirti che il motivo principale per cui ho dovuto "combattere con me stessa" quando ho deciso di fare il saggio di canto è perché ho il grandissimo difetto di dare troppa importanza al giudizio altrui e avevo troppa paura di cosa avrei potuto lasciare nelle impressioni della gente, soprattutto nel caso in cui non fossi andata bene. Ho sempre avuto una grandissima paura del confronto con gli altri e ho sempre fatto di tutto per evitarlo (e penso che qui il tuo discorso sulle questioni non risolte e messe nel dimenticatoio rientra a pennello). Ma la verità è che quando poi mi sono effettivamente messa in gioco non me ne sono pentita e, anzi, penso l'avrei rifatto altre cento volte.
Concordo però quando dici che non so cosa voglio. Quello sì e lo riconosco. Sarà per paura di non essere brava abbastanza, sarà il fatto che mi piace un po' di tutto, ma concordo che nemmeno io so cosa voglio da me stessa e sono tante le cose che lo provano.
Credo inoltre che un altro dei fattori che mi hanno sempre bloccata sia la "paura" di affrontare i miei genitori, in particolare mio padre. Tutto ciò che ho fatto l'ho sempre fatto di nascosto senza che lui sapesse niente e molte delle cose che invece non faccio, non le faccio proprio per evitare un confronto con lui. Ci ho provato quando volevo reclamare la mia indipendenza andandomene in appartamento ed è stata davvero tragica. Litigi furiosi e incontrollati che mi hanno davvero distrutta mentalmente e alla fine sono stati anche inutili, dato che ho perso la battaglia. E poi di nuovo ci ho riprovato quando ho deciso di cambiare facoltà, quando mi sono ritrovata ad urlargli addosso tra le lacrime e il cuore a mille per la tensione. Se voglio fare qualcosa sono costretta a farla sempre di nascosto ed è una cosa che non sopporto per tanti motivi. Forse mi sbaglio, ma ormai penso di essere allo stato di rassegnazione e mi sto facendo andare bene quella che forse è la strada più "sicura e semplice".
Di nuovo, forse mi sto sbagliando. Mi sembra che tu ne capisca molto più di me quindi non so, se ti va fammi sapere cosa ne pensi.
Grazie mille ancora!
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Xiao Ai
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Messaggioda rosablu85 » 14/02/2020, 23:34



Forse dovresti iniziare lasciando da parte l'università e tuo padre dovrebbe capire che non studiare non significa essere ignoranti, ma se devi fare questo passo non prendere altro tempo….
Ti piace il canto, ti piace la musica...quindi quella è la strada da seguire, ad esempio cantare durante i matrimoni nelle sale è un lavoro dignitoso, pensi che tuo padre non approverebbe?
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Re: La mia vita a metà

Messaggioda Xiao Ai » 15/02/2020, 0:10



rosablu85 ha scritto:Forse dovresti iniziare lasciando da parte l'università e tuo padre dovrebbe capire che non studiare non significa essere ignoranti, ma se devi fare questo passo non prendere altro tempo….
Ti piace il canto, ti piace la musica...quindi quella è la strada da seguire, ad esempio cantare durante i matrimoni nelle sale è un lavoro dignitoso, pensi che tuo padre non approverebbe?


Considerando quanto è all'antica mio padre, sì, penso che per lui non sia un lavoro dignitoso e adatto.
Per quanto mi riguarda, ho sempre pensato che se proprio non avessi potuto seguire carriere più importanti come in un'orchestra, anche insegnare uno strumento o musica in generale mi sarebbe piaciuto, o magari essere un critico musicale... O comunque sempre qualcosa del genere. Se avessi potuto dedicarmi alla musica, penso davvero che mi sarebbe andata bene qualunque carriera.

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Xiao Ai
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Messaggioda Ben Sahar » 15/02/2020, 0:34



Benvenuta Xiao Ai! Non preoccuparti di essere in ritardo sulla tabella di marcia della tua vita, in realtà tante delle scadenze che ci poniamo sono davvero solo una suggestione. Io stesso non ho mai avuto una vocazione vera, se non passioni non certo tramutabili in una carriera lavorativa, e ho cominciato a organizzarmi seriamente solo dopo i 30 anni quando avevo veramente toccato il fondo. Devi fare una profonda riflessione interiore e capire qual è la direzione che vuoi prendere nella tua vita. Non è affatto facile, forse è una cosa che si fa davvero solo quando si è disperati, non c'è un tempo uguale per tutti. Anzi sono sicuro che tanti non fanno mai questa riflessione in tutta la vita, bensì vanno avanti per inerzia seguendo una strada che gli è stata imposta da altri, spesso i genitori. Lo stesso discorso vale anche per la relazioni sentimentali, non sentirti in competizione con nessun altro, fai le tue esperienze quando senti che è davvero il momento giusto. Vedi il lato positivo, ossia che hai già avuto diversi pretendenti. Non ti sembrerà tanto ma fidati che molti non ne hanno mai avuti e vorrebbero essere al tuo posto. Hai tutto dalla tua parte, a cominciare dall'età e dall'intelligenza, vedrai che le cose svolteranno a breve, devi solo fare un po' di chiarezza nella tua testa. ;)
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The great truth is there isn't one
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