Grammatica Italiana

consultazione

Sfruttiamo questo spazio anche per parlare di scuola, di compagni, di colleghi, di materie. Chiediamo/diamo aiuto e spiegazioni su tutto ciò che concerne lo studio (scuola e università).
Inoltre, date le condizioni critiche in cui si trova l'Italia, ecco un forum che vuole raccogliere storie, idee, iniziative e proposte, qui e all'estero.

Moderatore: Premio Nobel

Grammatica Italiana

Messaggioda Meiko » 05/12/2013, 0:11



Questo thread non pretende di essere una sostituzione allo studio che si svolge a scuola, ma vuole dare un aiuto per un ripasso semplice e veloce alla Grammatica Italiana, visto che capita spesso di dimenticarsi qualche regola qua e là e la scrittura, e conseguente lettura, divengono difficili.

Questo primo post verrà aggiornato con i titoli dei vari argomenti che saranno affrontati, accompagnati dai link del relativo post nel quale vengono trattati, in modo da offrire uno strumento di facile consultazione.

Verrà anche aperto un topic per dubbi e domande, nel caso qualcuno voglia fare domande, critiche, aggiunte, suggerimenti, chiedere od offrire supporto a chi vuole esporre i propri dubbi.

Topic per domande, suggerimenti, dubbi QUI

Indice argomenti (work in progress)

Come si scrive
Accento
Apostrofo
D eufonica
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Messaggioda Meiko » 05/12/2013, 0:45



COME SI SCRIVE

Ai o hai?
Ai: preposizione articolata formata da a+i
Hai: seconda persona dell’indicativo presente del verbo avere

Anno o hanno?
Anno: sostantivo
Hanno: terza persona plurale indicativo del verbo avere

Do
Do: nota musicale e prima persona singolare, presente indicativo, del verbo dare.

Ce o c’è?
Ce: pronome personale, pronome dimostrativo e avverbio.
C’è: espressione che significa esiste, si trova (sarebbe ci+è).

Di, dì o di’?
Di: preposizione semplice.
Dì: sostantivo che indica "giorno".
Di’: imperativo, seconda persona singolare del verbo dire.

Da, dà o da’?
Da: preposizione semplice.
Dà: indicativo presente, terza persona singolare, del verbo dare.
Da’: imperativo, seconda persona singolare, del verbo dare (sarebbe dai con elisione della i).

Fa o fa’?
Fa: nota musicale e terza persona singolare, indicativo presente, del verbo fare.
Fa’: imperativo, seconda persona singolare, del verbo fare (sarebbe fai con elisione della i).

Li o lì?
Li: pronome personale e pronome dimostrativo maschile plurale.
Lì: avverbio.

La o là?
La: articolo determinativo femminile singolare e nota musicale.
Là : avverbio di luogo.

Ne, né o n’è?
Ne: particella pronominale e avverbio.
Né: negazione.
N’è: particella pronominale unita alla terza persona singolare, indicativo presente, verbo essere (sarebbe ne+è).

Si o sì?
Si: pronome personale e nota musicale.
Sì: particella affermativa.

Se o sé?
Se: congiunzione.
Sé: pronome personale. (se affiancato da "stante", va senza accento: se stante)

Sta o sta’?
Sta : terza persona singolare, indicativo presente, verbo stare.
Sta’: imperativo, seconda persona singolare, verbo stare (sarebbe stai con elisione della i).

Va o va’?
Va: terza persona singolare, indicativo presente, del verbo andare.
Va’: imperativo, seconda persona singolare, verbo andare (sarebbe vai con elisione della i).

Te, tè o the?
Te: pronome personale o anche complemento o anche particella pronominale.
Tè: italianizzazione del termine inglese tea.
The: italianizzazione del termine inglese tea.

Monosillabi con l’accento
Vanno scritti con l’accento: ciò, cioè, dà, dì, è, già, giù, là, lì, né, può, più, sé, sì, tè.

Monosillabi senza accento
Vanno scritti senza accento: da (preposizione), e (congiunzione), la (articolo), li (pronome), ne (pronome o avverbio), se (pronome o congiunzione), si (pronome) te (pronome), di (preposizione), blu, fra, tra, fu, ma, su, qui, qua, no, so, sa, tre.
L’accento va sempre inserito sui composti di tre, re, su, blu, che e sulle parole tronche di due o più sillabe, come per esempio città, virtù, caffè, mezzodì.

Parole da scrivere separate
a fianco
a proposito
al di là (a meno che non si tratti dell’aldilà, il regno dei morti)
al di sopra
al di sotto
all’incirca
d’accordo
d’altronde
in quanto
l’altr’anno
poc’anzi
quant’altro
senz’altro
tra l’altro
tutt’altro
tutt’e due
tutt’oggi
tutt’uno

Parole da scrivere unite
allorché
almeno
ancorché ancor che
benché
bensì
buonasera
buongiorno
chissà
dinanzi, dinnanzi
dopodomani
dovunque
ebbene
eppure
finché
finora
giacché
invano
laggiù
lassù
neanche
nemmeno
neppure
nonché
ossia
ovvero
ovverosia
perciò
perfino
pertanto
pressappoco
quaggiù
qualora
quassù
sebbene
sennonché
seppure
sicché
siccome
sissignore
soprattutto
sottosopra
talora
talvolta
tuttavia
tuttora

Parole che possono essere scritte unite o separate
ciò nonostante, ciononostante
fintanto che, fintantoché
gran che, granché
ogni qualvolta, ogniqualvolta
per lo meno; perlomeno
per lo più, perlopiù
quanto mai, quantomai

Nei casi seguenti, la prima forma è preferibile all’uso della seconda:
amplissimo, ampissimo
caffellatte, caffelatte
cherosene, kerosene
kilogrammo, chilogrammo
dinanzi, dinnanzi
ebbrezza, ebrezza
intravedere, intravvedere
obiettivo, obbiettivo
pressappoco, pressapoco
psicoanalisi, psicanalisi
sennonché, senonché
shock, choc
soprattutto, sopratutto
succubo, succube

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Messaggioda Meiko » 08/01/2014, 0:18



ACCENTO

Questa volta parliamo degli accenti e riprendiamo così anche qualcosa che è stato affrontato nel post precedente.

A livello grafico l’accento può essere grave (`), con pronuncia aperta (come quello del verbo essere “è”) oppure acuto (′), con pronuncia chiusa (come quello di “perché”).

L’accento si scrive obbligatoriamente in italiano solamente quando cade sull’ultima sillaba mentre all’interno della parola generalmente non viene segnalato -non è obbligatorio, a meno che non serva a evitare un fraintendimento di significato e quindi per distinguere fra loro parole omografe e omofone (per esempio, àncora e ancóra o condòmini e condomìni). In tal caso, la scelta se usare o meno l’accento è lasciata a chi scrive: dovrà valutare caso per caso, a seconda del grado di ambiguità del contesto.

L’accento viene messo sempre sulle parole tronche (bisillabi o polisillabi accentati sull’ultima sillaba; es. città, virtù, longevità ecc.), e sui seguenti monosillabi: dà (verbo), dì (giorno) e relativi composti (lunedì, mezzodì ecc.), là e lì (avverbi di luogo), sì (avverbio affermativo), tè (bevanda), è (verbo), né, sé, ciò, già, giù, più, può, piè (piede).
L’accento va messo anche sulle parole polisillabiche formate da monosillabi che usati da soli non lo hanno: aldiquà, viceré, autogrù, nontiscordardimé ecc.
Una parola tronca od ossitona è una parola con accento tonico sull'ultima sillaba, come vir-tù, li-ber-tà, ecc.
Una parola piana o parossitona è una parola con accento tonico sulla penultima sillaba, come paròla, inìzio, continènte, tartarùga, arrivàti, ecc...
Una parola sdrucciola o proparossitona è una parola con accento tonico sulla terzultima sillaba, come tàvolo, èsile, ecc.
Una parola bisdrucciola è una parola con accento tonico sulla quartultima sillaba, come àbitano, diàmoglielo.


Quando le vocali a, i, o, u costituiscono l’ultima lettera di una parola accentata, su di esse l’accento è sempre grave: à,ì, ò, ù (beltà, più, così,verrò, ecc.).

Sulla vocale o, quando compare all’interno di una parola, e sulla vocale e, interna o finale, l’accento è grave o acuto a seconda della pronuncia aperta o chiusa della vocale.

Quando la e è alla fine di una parola, l’accento è acuto sulla congiunzione causale ché, sui composti di che (perché, affinché, cosicché, giacché, poiché ecc.), sui composti di tre (ventitré, trentatré ecc.) e di re (viceré), le terze persone singolari dell’indicativo passato remoto di alcuni verbi, come battere, potere, ripetere(batté, poté, ripeté).
Per il resto, l’accento è in genere grave.

Hanno l’accento anche la prima e terza persona dell’indicativo futuro semplice (es: farò, farà, berrò, sarà, sarò, ecc)

Ecco qui di seguito alcune parole che richiedono l’accento. Notare anche la differenza fra i due tipi di accento: grave (`) e acuto (′):

Né (negazione) diverso da ne (avverbio o pronome).

Sé (riflessivo) diverso da se (congiunzione o pronome). Sé quando seguito da stesso o medesimo può avere o non avere l’accento (se stesso o sé stesso). Si consiglia comunque di metterlo al plurale (sé stessi, sé stesse) per evitare di confondersi con il congiuntivo di stare.
(Questa è una regola che ho trovato in giro per la rete, ma a scuola mi hanno sempre detto che va senza. Per completezza l'ho messa).

Tè (bevanda) diverso da te (pronome personale).

Sì (affermativo) diverso da si (pronome, nota musicale).

Dà (verbo dare) diverso da da (preposizione semplice) e da da’ (imperativo di dare, sta per “dai”).

Dì (giorno) diverso da di (preposizione semplice) e da di’ (imperativo di dire, sta per “dici”).

È (verbo essere) diverso da e (congiunzione). E' per la maiuscola del verbo essere è scorretto.
Ché (causale, sta per “poiché”) diverso da che (congiunzione o pronome).

Lì (avverbio di luogo) diverso da li (pronome).

Là (avverbio di luogo) diverso da la (articolo o pronome).

Do (prima persona singolare verbo dare) scritto senza l’accento, perché non può esserci fraintendimento con la nota musicale do.

Ciò
Già
Giù
Più
Può (verbo potere terza persona singolare)

Fa, sa, so, va (verbi fare, sapere, andare) vanno sempre senza accento, senza confondere gli imperativi fa’ e va’.

Po’ (nel senso di “un poco” va scritto con l’apostrofo) diverso da Po (fiume). La grafia pò è errata!
Qua
Qui (non va l’acento)

Sta (terza persona singolare verbo “stare”) diverso da sta’ (imperativo seconda persona singolare verbo stare, sta per “stai”).

Sto (prima persona singolare verbo “stare”) non va l’accento

Su

Fé quando sta per “fede”

Ahimè
Cioè
Perciò
Però
Caffè
Lacchè
Gilè
Ohimè
Scimpanzé
Mercé

Giosuè, Noè, Mosè e la maggior parte dei nomi propri tronchi.

Lunedì e tutti i giorni della settimana fino a venerdì vanno accentati.

L’accento è preferibile nei plurali dei nomi delle parole che terminano in -òrio, quando c’è la possibilità di confusione con il corrispondente plurale delle parole che terminano in -ore. Esempi: contraddittòri, uditòri ecc.

L’accento è preferibile nelle forme verbali dài e dànno, in dèi (divinità, ma se si mette l’iniziale maiscola va scritto Dei), in èra (periodo temporale), sètte (plurale di setta), subìto,vòlta (nel senso di arco).

L’accento è preferibile in caso di parole non comuni. Per esempio: ecchìmosi, dàrsena,leccornìa, libìdo.

L’accento è preferibile in caso di parole la cui pronuncia è spesso sbagliata nella lingua parlata: edìle, rubrica, utensìle.

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Messaggioda Meiko » 06/05/2014, 0:45



APOSTROFO

Il segno dell’apostrofo indica principalmente elisione, ovvero qualcosa che è stato tagliato, tolto. Quando due vocali s’incontrano, per comodità se ne pronuncia una sola (quella della seconda parola --> la alba diventa l’alba).

Varie sono le situazioni in cui può venire usato l’apostrofo. Andiamo ad analizzarle.

1 Apostrofo in caso di ELISIONE

Questo è sicuramente l’’uso più comune dell’apostrofo, cioè quando cade la vocale finale di una parola seguita da un’altra parola che inizia anch’essa per vocale. Un esempio: l’alba (la alba -> l’alba).
Davanti a una parola che inizia per vocale, di norma si elidono gli articoli determinativi lo e la (es.: l’orologio, l’ora) – anche quando sono uniti a una preposizione (dell’orologio, nell’ora) – e l’articolo indeterminativo una, con i suoi derivati alcuna, nessuna ecc (es.: un’altra, nessun’altra).
A volte, se la cacofonia non è evidente, non è necessario mettere l’apostrofo: gli articoli citati possono mantenere la forma intera.
Altri esempi: quell’oca, dall’aereo, quell’amara sensazione, ecc.

È meglio evitare l’apostrofo quando l’articolo precede: un nome proprio, il titolo di un’opera oppure quando il sostantivo che segue è in corsivo, tra virgolette ecc. Quindi, è preferibile scrivere: “Hai letto la Anna Karenina di Tolstoj?”.
Lo stesso vale per gli aggettivi bello e quello.

Non si elidono mai gli articoli plurali gli e le. Non si può scrivere: gl’amici, l’amiche, ecc.

Una riga non deve mai terminare con un apostrofo. È corretto scrivere dell’amico (nella stessa riga) o dell’a-mico Dell’a (a capo)- mico, mentre è scorretto scrivere dell’ (a capo) amico.
A scuola mi avevano insegnato che in tal caso si elimina l’elisione, e quindi si può scrivere anche dello (a capo) amico.

Da (preposizione semplice) non si elide mai. Fanno eccezione le forme: d’ora in poi, d’altro canto ecc.

Tal è qual non vogliono mai l’apostrofo.

Elisioni molto frequenti:
- po’ -> viene da poco.
- d’accordo -> non è una sola parola, ma viene da di + accordo
- c’entra -> stesso discorso: ci + entra.


2 Apostrofo in caso di TRONCAMENTO

L’apostrofo serve anche a indicare un troncamento, cioè la caduta della sillaba finale: be’ (che si può scrivere anche beh; ma non bhe, perché è sbagliato!), Ca’ Foscari, fra’, po’, ecc.

L’apostrofo si usa anche in questi casi di troncamento del modo verbale imperativo (seconda persona singolare) e in questo caso si chiama “apocope”: di’ (di’ la verità), da’ (da’ da mangiare a tua sorella), fa’ (fa’ il bravo), sta’ (sta’ buono), va’ (va’ via da qui). Si ripete, se il vero è un imperativo seconda persona singolare, ci vuole l’apostrofo.


3 Apostrofo in caso di AFERESI

L’apostrofo può indicare anche un’aferesi, cioè la caduta di una vocale o di una sillaba iniziale. Es.: ‘sto invece di questo, ‘sta (questa), ‘ste (queste), ‘sti (questi), ecc.

4 Altri usi

L’apostrofo può essere usato per le date. Si dice infatti: gli anni ’30, gli anni ’80, il ‘600 ecc.
Sempre in tema di date, se nominiamo un periodo, l’apostrofo non va messo davanti alla seconda cifra delle date unite da trattino: la guerra del ’15-18 (ma si può anche scrivere: la guerra del 15-18).
Attenzione: non si usa il doppio apostrofo. Non si scrive dell’’800, ma dell’800, con un solo apostrofo.

5 Le parole TRONCHE

Sono quelle parole a cui manca la vocale finale ma non viene fatto uso di apostrofo quando s’incontrano con una parola che inizia per vocale.
- Uno -> UN (un uomo)
- Quale -> QUAL (qual è)
- Tale -> TAL (tal è)
- Quello -> QUEL
- Buono -> BUON (buon uomo)
- Bello -> BEL
- Frate -> FRA
- Suora -> SUOR (suor Agata)
- Grande -> GRAN
- Qualcuno -> QUALCUN (qualcun altro)

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Messaggioda Royalsapphire » 06/05/2014, 11:50



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Messaggioda Meiko » 27/08/2014, 0:17



D EUFONICA

Quando l’incontro di due vocali consecutive genera un suono poco gradevole per l’orecchio, si utilizza la d eufonica, ovvero la d che viene aggiunta alla preposizione a trasformandola in ad e alla congiunzione e trasformandola in ed quando sono seguite da parola che comincia per vocale. Lo scopo è di rendere il suono più gradevole: eufonica vuol dire, infatti, che dà un buon suono (dal greco eu phonè). Così e era diventa ed era, a un certo punto diventa ad un certo punto, e così via.

La d eufonica appartiene alla lingua scritta e serve per rendere più scorrevole la lettura, ma anche nella lingua parlata è abbastanza usata.
------
Direttamente dal sito dell’Accademia della Crusca:

L'uso della 'd' eufonica, secondo le indicazioni del famoso storico della lingua Bruno Migliorini, dovrebbe essere limitato ai casi di incontro della stessa vocale, quindi nei casi in cui la congiunzione e e la preposizione a precedano parole inizianti rispettivamente per e e per a (es. ed ecco, ad andare, ad ascoltare, ecc.). Si tratta di una proposta di semplificazione coerente con molti altri processi di semplificazione cui è sottoposta la nostra lingua, ma dobbiamo comunque tener presente che la d eufonica non è un elemento posticcio, ma trova la sua origine nella struttura originaria delle due parole interessate che in latino erano et e ad.
-------

Quando non si usa la d eufonica:
• Se tra la e o la a e la parola successiva c’è un segno di punteggiatura. Per esempio: “Cecilia uscì e, evitati gli altri, scappò a casa”.
• Se la parola successiva è in qualche modo separata da quanto precede, perché per esempio è in corsivo o tra virgolette. “Cecilia voleva dare un'occhiata a Aforismi per una vita saggia di Arthur Schopenhauer”.
• Se ci sono parole straniere che iniziano per h (hotel, per esempio). Spesso, la d eufonica è evitata anche con parole straniere davanti a vocale uguale. Un paio di esempi: “Schopenhauer e Hegel sono due filosofi che si studiano alle superiori” e “Cecilia va a Amsterdam”.

La d eufonica può essere mantenuta in alcune espressioni che sono oramai diventate comuni nella lingua italiana. Alcuni esempi: ad esso, ad essa, ad esempio, ad eccezione di, ed io, ad opera di, dare ad intendere.

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