Il pensiero della morte
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Il pensiero della morte
Ringrazio ovviamente tutti per le risposte e per i consigli, sui quali rifletterò.
La mia vita è “perfetta”, nel senso che, oltre ad avere tutto a livello materiale, sono fiero e soddisfatto di me stesso e del mio percorso. Infatti, se voglio, riesco anche a vivere senza pensare alla morte e a godermi la vita appieno… MA
MA, così come riesco a non pensarci, a volte ritengo opportuno farlo, perché questo problema rimane l’unico a cui non riesco a dare una soluzione. E siccome, in tutte le altre occasioni in cui ho avuto dei problemi, ho sempre cercato e trovato soluzioni, qui invece mi blocco e, data l’importanza della questione, ne rimango afflitto.
Poi, ripeto, riesco a “bypassare” la cosa e ad andare avanti sereno, vivendo la vita con tranquillità; però ho sempre quel tarlo che ogni tanto, anche volontariamente, faccio emergere, per constatare che, per quanto io possa essere felice, avrò sempre questo problema.
Capisco che, lavorando su questo aspetto, potrei sentirmi talmente soddisfatto e contento della mia vita da riuscire ad accettare la morte con serenità, senza averne paura. Tuttavia, ammetto che, indipendentemente dal fatto che ci riesca o meno, l’idea di tornare in un ipotetico oblio per il resto dell’eternità non mi entusiasma… così, a pelle. Poi magari, con l’età avanzata e le eventuali sofferenze, potrei arrivare a vedere questa prospettiva come un sollievo, ma al momento ne dubito.
La mia vita è “perfetta”, nel senso che, oltre ad avere tutto a livello materiale, sono fiero e soddisfatto di me stesso e del mio percorso. Infatti, se voglio, riesco anche a vivere senza pensare alla morte e a godermi la vita appieno… MA
MA, così come riesco a non pensarci, a volte ritengo opportuno farlo, perché questo problema rimane l’unico a cui non riesco a dare una soluzione. E siccome, in tutte le altre occasioni in cui ho avuto dei problemi, ho sempre cercato e trovato soluzioni, qui invece mi blocco e, data l’importanza della questione, ne rimango afflitto.
Poi, ripeto, riesco a “bypassare” la cosa e ad andare avanti sereno, vivendo la vita con tranquillità; però ho sempre quel tarlo che ogni tanto, anche volontariamente, faccio emergere, per constatare che, per quanto io possa essere felice, avrò sempre questo problema.
Capisco che, lavorando su questo aspetto, potrei sentirmi talmente soddisfatto e contento della mia vita da riuscire ad accettare la morte con serenità, senza averne paura. Tuttavia, ammetto che, indipendentemente dal fatto che ci riesca o meno, l’idea di tornare in un ipotetico oblio per il resto dell’eternità non mi entusiasma… così, a pelle. Poi magari, con l’età avanzata e le eventuali sofferenze, potrei arrivare a vedere questa prospettiva come un sollievo, ma al momento ne dubito.
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Voglio aggiungere un pensiero che mi colpisce e commuove ogni volta.
Lo vedo collegato al tema del 3D, anche se magari può non riguardare chiunque. Scelgo di non commentarlo, ognuno lo legga a modo suo.
"They'll always criticize you, speak badly of you, it'll be hard to meet someone who will like you as you are, so live, do what your heart tells you to do...
Life is like a play that does not allow testing.
So sing, cry, dance, laugh and live intensely every day of your life, before the curtain closes and the piece ends with no applause."
(Charlie Chaplin)
(Ti criticheranno sempre, parleranno male di te, e sarà difficile incontrare qualcuno a cui piaci così come sei; quindi vivi, e fai quel che il tuo cuore ti suggerisce...
La vita è come un gioco che non consente prove.
Quindi canta, piangi, balla, ridi e vivi intensamente ogni giorno della tua vita, prima che cali il sipario e l'opera finisca senza applausi.)
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Massimiliano89
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Forse Chaplin non aveva ben capito che non è sempre possibile vivere intensamenteNavigator63 ha scritto:Voglio aggiungere un pensiero che mi colpisce e commuove ogni volta.
Lo vedo collegato al tema del 3D, anche se magari può non riguardare chiunque. Scelgo di non commentarlo, ognuno lo legga a modo suo.![]()
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Senz'Ali
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Nel mezzo di una crisi depressiva cantare e ballare la vedo un po' dura, quando sei senza forze ed anche lavare l'insalata è faticoso come scalare una vetta.
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Massimiliano89
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Stavo per scrivere la stessa cosa. Mi hai preceduto.Senz'Ali ha scritto:Nel mezzo di una crisi depressiva cantare e ballare la vedo un po' dura, quando sei senza forze ed anche lavare l'insalata è faticoso come scalare una vetta.
Io quando sono senza forze non raccolgo nemmeno una penna che cade a terra.
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ClaudiaK
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Per me il tuo ragionamento è molto limpido e lineare.Adry85 ha scritto: La mia vita è “perfetta”, nel senso che, oltre ad avere tutto a livello materiale, sono fiero e soddisfatto di me stesso e del mio percorso. Infatti, se voglio, riesco anche a vivere senza pensare alla morte e a godermi la vita appieno… MA
MA, così come riesco a non pensarci, a volte ritengo opportuno farlo, perché questo problema rimane l’unico a cui non riesco a dare una soluzione. E siccome, in tutte le altre occasioni in cui ho avuto dei problemi, ho sempre cercato e trovato soluzioni, qui invece mi blocco e, data l’importanza della questione, ne rimango afflitto.
Mi sembra del tutto umano che, nell'ambito di una vita appagante e resa tale anche dalle proprie capacità di "problem solving" , l'idea della morte risuoni come l'incursione della perfida guastafeste che calpesta e sbeffeggia il bello di tutto.
Essendo parecchio incline allo stesso tuo atteggiamento, però, penso che la capacità di problem solving non solo non venga sminuita, ma anzi venga esaltata dalla presa d'atto che esistono anche problemi che oggettivamente non hanno possibili soluzioni, e in questi casi il problem solving si attua perfettamente e in modo maturo nella presa d'atto che il problema non abbia soluzione, mentre si incarta e autoinganna se stesso nel momento in cui si ostina a cercare una soluzione che non esiste.
La morte (quale che sia il tipo di vita che si conduce e i valori a cui la ispiriamo) è un dato di realtà, ineludibile e certo, per tutti i viventi. Se vogliamo considerarlo "problema", è totale la certezza che non rientri tra quelli materialmente risolvibili.
E non è affatto l'unico, poi.
Lo si può "risolvere" soltanto a livello di percezione/elaborazione soggettiva, impedendo a questo dato di realtà di inquinarci il presente, nella presa d'atto (accettazione) della sua ineluttabilità.
Tutto il resto (per me) non è esercizio di problem solving, ma anzi è tradimento/fallacia della nostra idea del problem solving (che non equivale ad onnipotenza).
In questo senso direi che il priincipio primo del problem solving sia efficamente espresso dal famosissimo detto buddhista (che di primo acchito ne sembra la negazione) , secondo il quale "Se un problema ha una soluzione, perché preoccuparsi? Se non ha una soluzione, perché preoccuparsi?"
Odio le citazioni. Dimmi quello che hai capito TU.
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Concordo con Claudia.ClaudiaK ha scritto:La morte (quale che sia il tipo di vita che si conduce e i valori a cui la ispiriamo) è un dato di realtà, ineludibile e certo, per tutti i viventi.
La morte non è un "problema" nel senso stretto (che implica una soluzione). Non è qualcosa che si è guastato, o qualcosa di inefficiente che va migliorato.
In realtà la morte è semplicemente parte del ciclo naturale: in Natura tutto si trasforma, ovvero nasce, cresce e poi muore. Questo ciclo vale per ogni entità nell'Universo, vivente e no (dal batterio alle stelle).
Quindi la morte è piuttosto una condizione esistenziale, cioè parte inevitabile dell'esistenza stessa. In quanto tale, fa parte di quella serie di condizioni esistenziali che influenzano ogni creatura - e che spesso ci angosciano:
- L'ignoranza - Non sappiamo mai tutto, ci sono sempre cose che non comprendiamo.
- L'impotenza - Spesso non abbiamo controllo sugli eventi o sulle persone.
- L'irrilevanza - Spesso ciò che facciamo, o la nostra stessa presenza, non ha alcun effetto sul mondo; tra un secolo nessuno si ricorderà di me.
- L'impermanenza - Tutto ha un ciclo e finisce prima o poi; niente è eterno.
Ma se queste condizioni sono parte dell'esistenza, e quindi inevitabili ed universali, come mai ci turbano tanto?
In fondo un cane, un delfino o un orango (tra gli animali più intelligenti), non sembrano preoccuparsene.
Una spiegazione possibile è che noi umani abbiamo un'ambizione inesauribile.
Per cui non sappiamo accontentarci (80-90 anni non bastano!), non tolleriamo l'idea di sparire e basta (voglio essere eterno!), non accettiamo l'impotenza (voglio essere tutto e fare tutto!)...
Un'altra spiegazione è l'EGO. L'ego non tollera di essere limitato.
Un'altra ancora è che, magari, alcuni hanno qualche vuoto, paura o ferita profonda... ed è questa che risulta angosciata dalla morte.
Ci sono persone che hanno fatto pace con la vita... ed anche con la morte. Perciò è possibile.
Chi non ci riesce, potrebbe chiedersi: "Ma cos'è che davvero mi rende l'idea della morte così insopportabile?"
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Credo che lo sapesse bene. Non è uno che ha avuto una vita rose e fiori...Massimiliano89 ha scritto:Forse Chaplin non aveva ben capito che non è sempre possibile vivere intensamente
Ma ritengo che il senso della sua frase vertesse sulle pressioni esterne, non sui problemi interni. Ovvio che uno depresso non pensa a cantare e ballare...
Quello su cui si concentra Chaplin (e lo si evince chiaramente dalla prima frase) è che siamo tutti soggetti ad innumerevoli giudizi e critiche - che spesso ci paralizzano - e persone che ci svalutano e disprezzano - cosa che ci demoralizza e spegne...
E Chaplin ci ricorda che, nonostante questo, la vita non ci concede "prove di scena". Per cui "rimandare la vita" - come molti fanno per evitare la sofferenza - conduce inevitabilmente al non-vivere (a sopravvivere), che si conclude con "l'opera [che] finisce senza applausi": cioè una vita spenta e insignificante, che non suscita alcuna soddisfazione o approvazione (questo per me è il collegamento con la paura della morte: la paura di non aver vissuto, e quindi perdere la vita senza averla goduta).
Il rimedio suggerito da Chaplin è di fare tutto quello che il nostro animo ci suggerisce, fregandocene di quello che penserà o dirà la gente: canta, piangi, balla, ridi - oppure qualsiasi altra cosa ti salti in mente - invece di farti bloccare dalla paura.
Nel tuo caso, Max, potrebbe essere la voglia di abbordare tutte le donne che ti piacciono... o qualsiasi altra cosa che desideri (ma spesso non fai)... perché ti fai fregare dai "e se, ma, però", ecc.
Perché un giorno "calerà il sipario". Ed allora non potrai fare più quelle cose... e rimpiangerai di non averle fatte.
Ma ormai sarà troppo tardi.
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