LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transessuali).
I tanti ritratti dell'Amore: condividiamo gioie e dolori e cerchiamo di imparare dalle nostre esperienze.
Inoltre, se vogliamo saperne di più e cerchiamo delle risposte sul sesso, se abbiamo dubbi o se viviamo male la nostra sessualità, possiamo discuterne in questo forum, che si dedica anche alle proprie tendenze omosessuali etero o transex.
Hystèria ha scritto:Nono, per carità continua. Lungi da noi bloccarti. Prego, prosegui con le tue argomentazioni.
Sarcasmo?
Scherzi a parte, la mia impressione è che lunghe discussioni non interessino ai più, e nemmeno voglio dare troppo spazio al mio Ego. Cui prodest?
Se qualcuno è interessato ad aspetti specifici del discorso, può sempre citare quelli e chiedere approfondimenti.
Il mio Blog "Psicofelicità": https://psicofelicita.blogspot.com/
Citazione: La mélancolie est l'illustre compagnon de la beauté, elle est si bien que je ne peux concevoir aucune beauté qui ne porte en elle sa tristesse.
Navigator63 ha scritto:
Prima di tutto, non dubito della tua intelligenza e preparazione, ben al di sopra della media.
(nonché dotata di grande capacità retorica, che però usi anche per argomentare ciò che dico distorcendolo e "girando le carte in tavola", il che lo vedo come disonestà intelletuale )
Epperò mi sembri preda di una visione parziale delle cose, per cui applichi una "attenzione selettiva" aggrappandoti a certe informazioni ed ignorandone altre, per supportare la tua posizione idealistica.
Poi, oh, magari sono io che compio un errore simile e non me ne accorgo. Who knows...
Infine, ho un approccio scientifico ma non prendo ogni fonte come oro colato. Alla fine sono i fatti che contano; per cui se una bella teoria non corrisponde ai fatti, vuol dire che è errata.
Tu invece ti attacchi spesso alle teorie, anche quando contraddette dai fatti. Forse è tipico della giovane età.
Anch'io tanti anni fa ero un idealista...
E' scientifico ma non accademico. Il tuo invece suona molto accademico. C'è una bella differenza.
Comunque ho apprezzato il nostro scambio di idee, ma in questo medium lo trovo alla fine sterile.
Dal vivo ne verrebbe fuori una bella discussione accesa, che sarebbe sicuramente di maggior soddisfazione.
Trovo interessante che tu mi accusi di "girare le carte in tavola" quando ho citato testualmente ogni tua affermazione, rispondendo punto per punto. Nel frattempo, epigenetica, studi sui gemelli, Hartmann, Winnicott, modello bio-psico-sociale rimangono ignorati.
La "disonestà intellettuale" che descrivi sembra più una proiezione che un'osservazione.
Quanto alla "giovane età" e al tuo essere "ex idealista": il disincanto non è saggezza, è solo un modo più confortevole per smettere di fare fatica. Se confondere cinismo con maturità ti aiuta a non confrontarti con evidenze scomode, "buon pro ti faccia".
Tra l'altro questa curiosa distinzione tra "approccio scientifico" e "approccio accademico", suona quasi come una trovata opportunistica. Soprattutto se ritieni più attendibili le notizie di cronaca del telegiornale rispetto alla letteratura scientifica.
Il fatto che tu preferisca il dibattito "dal vivo", dove non servono citazioni verificabili e puoi affidarti a volume e presenza fisica per sentirti più sicuro, mi dà effettivamente da pensare... Del resto, per iscritto, dove contano solo gli argomenti, hai evaso sistematicamente.
Grazie dello scambio. Istruttivo.
RyanTheNorthman ha scritto:
Vero, e questa cosa l'ho riscontrata spesso in qualsiasi altro ambito in generale: coloro che non la pensano come te tendono ad alzare la voce contro di te, persino ad attaccarti, invece di dialogare in modo civile e tranquillo. Io, prima di esprimermi su qualcosa, ci rifletto, valuto ogni aspetto, cerco di capire la visione dell'altro, mi immagino in tale ottica, e poi alla fine stabilisco se sono d'accordo o no, argomento e spiego la mia posizione, senza mai arrivare ad aggredire l'altra persona, portando rispetto; poi, quando vedo che l'altra persona non fa lo stesso con me, legittimamente perdo la pazienza e non porto più avanti il discorso.
Questo ti fa certamente onore. Il punto è che non sempre mantenere un comportamento rispettoso ed una comunicazione assertiva basta. Se dall'altro lato c'è qualcuno che va continuamente sulla difensiva, interrompe, alza i toni e prevarica, lo scambio diventa un lancio di idee contro un muro di gomma. Non bisogna fare l'errore di assecondare l'atteggiamento provocatorio dell'altro, ci si può semplicemente ritirare dalla conversazione se non riteniamo ci siano le condizioni adeguate.
Avere a che fare con interlocutori arroganti può essere molto snervante e drenante.
Già. Che poi, in fondo, è perfettamente normale avere degli istinti di base, in quanto tutti gli esseri viventi ce li hanno, perciò non c'è alcun bisogno di vergognarsene o cercare di nasconderli; ma questo, appunto, non significa che non si possa avere il controllo di sé e della propria vita, e che quindi ci si debba automaticamente abbandonare a comportamenti/azioni che possono essere dannosi per sé o per gli altri. Inoltre, la stessa parola "animale", da ciò che ho avuto modo di notare anche nella discussione qui trattata, viene associata a connotazioni negative, quando in realtà possiede un significato completamente diverso: sta ad indicare ogni essere animato, cioè un organismo vivente dotato di moto e di sensi (quindi anche l'essere umano); perciò, affermare, per esempio, che chi attua una forma di violenza di qualsivoglia genere si comporta da animale, al contrario di chi non la attua, sarebbe del tutto scorretto, proprio poiché "animale" non vuol dire "violento", "psicopatico", "malato di mente" ecc.
Assolutamente. In questo caso ha assunto valenza negativa perché sembrava si stesse facendo quasi il discorso dell'uomo bestia schiavo delle proprie pulsioni e spinte biologiche evoluzionistiche, ma di fatto concordo con te. Facciamo parte della categoria, anche se di tanto in tanto ci piace ergerci su metaforici piedistalli (quando ci conviene ci riconosciamo anche delle virtù), a discapito delle altre specie.
Ad essere sincero, il fatto che io sia diverso dalla maggioranza, di per sé non mi fa sentire sbagliato o in colpa, anzi, è una cosa che apprezzo di me, tutto sommato; il problema, come ho espresso in più occasioni, è proprio il fatto che il mondo non è disposto ad accogliere e rispettare tale diversità, guardandola con sospetto e disprezzo, discriminandola e, spesso, emarginandola; ciò a volte mi fa sorgere il pensiero che forse sarebbe stato meglio se non fossi stato così.
Mi dispiace che tu sia arrivato a rimpiangere la tua unicità a causa del protrarsi di questa condizione di isolamento. Succede di avere certi pensieri quando si soffre molto, l'importante è che tu tenga a mente che si tratta, appunto, di pensieri. Sono passeggeri ed influenzati da quello che provi.
Non so se vivi in un contesto di un piccolo paese. In alcune realtà la divergenza di pensiero e di valori grava più che in altre.
E' vero che tendenzialmente il mondo in cui viviamo non è particolarmente incluso sotto certi aspetti, però a volte si tratta davvero di "trovare la propria gente".
Puoi provare a cercare, dalle tue parti, qualche iniziativa interessante: corsi, club di lettura, cineforum, dibattiti. Chiaramente non è semplice e le prime volte potresti sentirti anche estremamente a disagio.
Forse, per evitare di rinforzare ulteriormente quella paura del rifiuto già presente, sarebbe utile capire, anche con l'aiuto di un terapeuta, in che modo ti interfacci alle persone. Se, magari, al di là di quella differenza di prospettive c'è qualche altro ostacolo che entra in gioco.
E quando è sicura, si leva sulla creatura, solleva su di lei le braccia, e prende a cantare. Allora le costole e le ossa delle gambe cominciano a ricoprirsi di carne e le creature si ricoprono di pelo. La Lupa canta ancora, e quasi tutte le creature tornano in vita, con la coda ispida e forte che si rizza.
E ancora La Loba canta e il lupo comincia a respirare.
E ancora La Loba canta così profondamente che il fondo del deserto si scuote, e mentre lei canta il lupo apre gli occhi, balza in piedi e corre lontano giù per il canyon.
In un momento della corsa, per la velocità della corsa medesima, o perché finisce in un fiume, o perché un raggio di sole o di luna lo colpisce alla schiena, il lupo è d’un tratto trasformato in una donna che ride e corre libera verso l’orizzonte.
- La storia della Loba, tratta dal libro "Donne che corrono coi lupi" di Clarissa Pinkola Estés.
-Entropia ha scritto:Trovo interessante che tu mi accusi di "girare le carte in tavola" quando ho citato testualmente ogni tua affermazione
"Testualmente"? No, hai spesso alterato i termini da me usati, per tirare l'acqua al tuo mulino. Cosa che IMHO è segno di stupidità oppure disonestà intellettuale.
I could say much more, but... what's the point? It's really not worth it. Good luck.
Il mio Blog "Psicofelicità": https://psicofelicita.blogspot.com/
Piuttosto, @-Entropia, visto che finora hai solo smontato la mia risposta... perché non ci offri la tua?
A criticare son bravi tutti.
Con la tua preparazione non dovresti avere difficoltà a scrivere una risposta completa, coerente e convincente alla domanda originale del 3D. Sono curioso.
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Citazione: "Ho scelto di camminare da solo... Evito la falsità... Non porto rancore a nessuno ma non dipendo da nessuno. La mia storia è un capitolo chiuso per molti... e se mi apro con qualcuno vuol dire che per me è molto importante."
-Entropia ha scritto:il dibattito "dal vivo", dove non servono citazioni verificabili e puoi affidarti a volume e presenza fisica per sentirti più sicuro
Esatto; questo è uno dei motivi per i quali preferisco confrontarmi nei dibattiti per iscritto, oltre al fatto che mi esprimo meglio in questo modo.
-Entropia ha scritto:Non bisogna fare l'errore di assecondare l'atteggiamento provocatorio dell'altro, ci si può semplicemente ritirare dalla conversazione se non riteniamo ci siano le condizioni adeguate.
È vero, ed è quello che ho iniziato a fare da un po' di tempo a questa parte, per preservare la mia salute sia mentale che fisica.
-Entropia ha scritto:Avere a che fare con interlocutori arroganti può essere molto snervante e drenante.
Eccome se lo è.
-Entropia ha scritto:Facciamo parte della categoria, anche se di tanto in tanto ci piace ergerci su metaforici piedistalli (quando ci conviene ci riconosciamo anche delle virtù), a discapito delle altre specie.
Esatto, il fatto che gli esseri umani (o almeno, la maggior parte di essi) si considerino superiori, migliori rispetto alle altre specie viventi, è un'altra cosa che non comprendo e che critico.
-Entropia ha scritto:Mi dispiace che tu sia arrivato a rimpiangere la tua unicità a causa del protrarsi di questa condizione di isolamento. Succede di avere certi pensieri quando si soffre molto, l'importante è che tu tenga a mente che si tratta, appunto, di pensieri. Sono passeggeri ed influenzati da quello che provi.
Sì, ne sono consapevole; infatti, a prescindere da tutto, non potrei mai rinunciare alla mia autenticità, a ciò che sono, sarebbe una cosa troppo complessa e innaturale per me.
-Entropia ha scritto:Non so se vivi in un contesto di un piccolo paese. In alcune realtà la divergenza di pensiero e di valori grava più che in altre.
Sì, vivo in un piccolo paese, ma coloro che ci abitano mi conoscono solo di vista o come "figlio di", non sanno praticamente nulla di me, perciò in questo caso, fortunatamente, non ho problemi legati a questa mia condizione particolare; e non intendo nemmeno rendermi noto, dato che, come hai detto anche tu stessa, i paesini non sono luoghi ideali per la diversità.
-Entropia ha scritto:E' vero che tendenzialmente il mondo in cui viviamo non è particolarmente incluso sotto certi aspetti, però a volte si tratta davvero di "trovare la propria gente".
Certamente, concordo con te, ma spesso le cose non funzionano come si desidera: premettendo che trovare il proprio posto, la propria gente, non sia per nulla facile (a volte, semplicemente, non si trova), di fatto, anche se ci si riesce, alla fine non si risolve il problema alla base; farò un esempio a caso e semplificato rispetto al mio caso: una persona omosessuale, facente parte di una minoranza e quindi avente una condizione di diversità, che viene guardata male, discriminata ed emarginata dalla società, può trovare rifugio in un'associazione lgbt+, la quale è pronta ad accoglierla, a offrirle supporto, a rispettarla e celebrarla per ciò che è, e quindi questa si ritrova in una dimensione ideale, in una bolla protettiva; ma comunque il mondo al di fuori di quella piccola bolla continuerà ad esserle ostile, questa persona continuerà a scontrarsi con esso e ad avere difficoltà quasi ogni giorno in qualsiasi ambito, da quello sociale a quello lavorativo (a meno che non abbia la poco comune fortuna di lavorare in una realtà più inclusiva). Non potrà mai avere davvero la vita che vorrebbe.
-Entropia ha scritto:Puoi provare a cercare, dalle tue parti, qualche iniziativa interessante: corsi, club di lettura, cineforum, dibattiti. Chiaramente non è semplice e le prime volte potresti sentirti anche estremamente a disagio.
Io seguo un corso di equitazione (ormai da sei anni), e a parte il fatto che si tratta di un ambiente nel quale si tende principalmente a dedicarsi alle lezioni e alla cura dei cavalli, e non a crearsi delle amicizie (tranne nel caso di bambini/adolescenti), ho potuto notare che, effettivamente, anche in quell'ambito la mia diversità c'è comunque, di fatto non ho nulla in comune con gli altri se non la passione per quell'attività (e come ho detto, quando si sta in maneggio si privilegia il tempo trascorso con i cavalli).
I club di lettura, personalmente, non li trovo adatti a me, proprio per come funzionano.
Per quanto riguarda i cineforum, purtroppo, non ce ne sono, né vicino a dove vivo, né nella mia provincia, né in quella confinante; e comunque, trattare argomenti, anche sensibili, con persone che non conosco, dal vivo, esponendomi direttamente, non è una cosa che mi mette a mio agio, perciò hai ragione.
Sai, ho sentito dire innumerevoli volte che quando si esprimono le proprie idee, ci si dimostra partecipativi e interessati al dialogo in corso, si tenda ad attirare l'interesse della gente; nel mio caso, però, non è andata così: durante gli anni delle superiori, capitava che alcuni professori introducessero dei dibattiti su tematiche qualsiasi da affrontare insieme a tutta la classe, e io esprimevo ciò che pensavo praticamente in ogni occasione, non sono mai stato zitto, ho mostrato vari aspetti di me, e nonostante ciò la mia situazione nel gruppo è rimasta invariata, sono sempre rimasto quello meno considerato.
-Entropia ha scritto:Forse, per evitare di rinforzare ulteriormente quella paura del rifiuto già presente, sarebbe utile capire, anche con l'aiuto di un terapeuta, in che modo ti interfacci alle persone. Se, magari, al di là di quella differenza di prospettive c'è qualche altro ostacolo che entra in gioco.
Questa mia paura del rifiuto non è presente la maggior parte delle volte (dato anche il fatto che al momento non sto frequentando nessuno) e comunque quando c'è non è così forte da impedirmi di prendere iniziative e provare nuove esperienze.
Sinceramente, in tutto questo tempo ho ipotizzato tante cose che potrebbero rappresentare una causa:
- il fatto che non mi sia mai interessato ai passatempi e agli argomenti della maggior parte dei miei coetanei (andare in discoteca, andare in giro a perdere tempo con la radio che trasmette canzoni rap a volume alto, fumare e bere, fare commenti sulle "belle tette che ha quella tipa" o i "bei muscoli che ha quel tipo", spettegolare, parlare a vanvera, la cosiddetta "small talk" in generale, ecc.);
- il fatto che ci metta più tempo per aprirmi e prendere confidenza;
- il fatto che, quando arrivo a sentirmi a mio agio con l'altro, tenda ad essere molto gentile, affettivo, disponibile ecc.;
- il fatto che non utilizzi parolacce e/o bestemmie nel mio linguaggio;
- il fatto che abbia un aspetto fisico e un modo di vestire piuttosto particolari;
- il fatto che forse sembro uno stupido, un rimbambito, uno con la testa tra le nuvole, un imbranato, uno che non sa nemmeno come si sta al mondo.
Forse l'ostacolo potrebbe essere dovuto a uno di questi fattori o magari a tutti quanti, chi lo sa; ma a prescindere da ciò, questo sono io, e ripeto, non riuscirei mai ad essere altro (nonostante ci abbia provato per molto tempo). Comunque sì, ho in programma di iniziare un percorso di psicoterapia (l'ennesimo, dopo tanti non andati a buon fine), sebbene per questioni diverse, legate perlopiù al mio corpo, ma dubito che si potrà fare molto riguardo a questa cosa, per ovvi motivi, e oltretutto non so nemmeno quando inizierò, dato che l'ambulatorio dell'ospedale al quale mi sono rivolto mesi fa non ha ancora un terapeuta fisso, e quindi è un po' tutto incerto.
Citazione: La mélancolie est l'illustre compagnon de la beauté, elle est si bien que je ne peux concevoir aucune beauté qui ne porte en elle sa tristesse.
Perché se un uomo va a letto con tante donne è un eroe, mentre se lo fa una donna è promiscua?
Questa è una domanda che merita una risposta più articolata di un semplice "è la biologia" o "è solo cultura". La realtà è che stiamo osservando un fenomeno complesso, stratificato storicamente e culturalmente, che ha radici antiche ma che si è trasformato profondamente nel tempo. E proprio questa trasformazione ci dice qualcosa di fondamentale: se il doppio standard fosse davvero una legge biologica immutabile, non avremmo assistito alla straordinaria variabilità che la storia e l'antropologia ci mostrano.
Partiamo dal riconoscere l'ovvio: nelle società preistoriche, prima dell'avvento della contraccezione e dei test di paternità, esistevano effettivamente asimmetrie biologiche significative tra uomini e donne rispetto alla riproduzione. Le donne avevano certezza di maternità, gli uomini no. La gravidanza comportava un investimento biologico massivo per le donne, mentre gli uomini potevano teoricamente procreare con investimento biologico minimo. In società di sussistenza, dove le risorse erano scarse e la sopravvivenza della prole dipendeva da un investimento parentale congiunto, alcune strategie riproduttive differenziate avevano effettivamente senso pratico.
Ma è proprio qui che inizia l'errore dell'approccio evoluzionistico rigido: confondere l'origine storica di un comportamento con la sua inevitabilità contemporanea. Perché quello che è successo nei millenni successivi ci racconta una storia molto diversa da quella di un istinto biologico immutabile. Ci racconta di come la cultura non sia semplicemente un "effetto" che galleggia sopra una natura biologica fissa, ma una forza attiva che ha plasmato, modificato e in molti casi completamente ribaltato quelle spinte originarie.
Con l'avvento dell'agricoltura, circa 10.000 anni fa, succede qualcosa di cruciale: nasce il concetto di proprietà privata e di eredità.
Nelle società agricole patriarcali, il controllo della sessualità femminile smette di essere principalmente una questione di "certezza genetica" e diventa uno strumento sofisticato di controllo patrimoniale. Il corpo femminile diventa il veicolo attraverso cui la proprietà si trasmette di generazione in generazione. Nel Codice di Hammurabi del 1750 a.C., le donne adultere potevano essere condannate a morte, gli uomini no. Nella Roma antica, il pater familias aveva controllo legale totale sulla sessualità delle donne della famiglia. Nel Medioevo europeo, la verginità femminile aveva un valore economico preciso nei contratti matrimoniali. Non stiamo più parlando di biologia, stiamo parlando di economia e potere.
Eppure, non tutte le società hanno sviluppato lo stesso livello di controllo. Le civiltà sumera e babilonese avevano sacerdotesse con ruoli rispettati e una certa autonomia sessuale in contesti specifici. La civiltà minoica a Creta mostrava iconografia di donne in ruoli centrali e probabilmente maggiore libertà. I Mosuo in Cina hanno praticato per secoli il "tisese", unioni non matrimoniali dove le donne hanno partner multipli senza alcuno stigma sociale, all'interno di una struttura matrilineare dove detengono anche autorità economica e decisionale.
Il doppio standard che conosciamo oggi, quello che viviamo quotidianamente nelle nostre società occidentali, non è una costante storica universale. È il prodotto di convergenze culturali, religiose ed economiche molto specifiche. Il cristianesimo ha giocato un ruolo enorme in questo, introducendo il concetto di peccato sessuale che, pur teoricamente applicato a entrambi i sessi, viene interpretato e applicato in modo radicalmente asimmetrico. La figura di Eva come tentatrice, la dicotomia tra Madonna e prostituta, la verginità femminile come virtù suprema senza alcun equivalente maschile di pari peso morale: tutto questo ha costruito nei secoli un immaginario culturale dove la sessualità femminile è intrinsecamente sospetta, pericolosa, da controllare.
L'epoca vittoriana rappresenta forse il picco storico di questa repressione, ma anche qui con asimmetrie enormi e illuminanti. Gli uomini vittoriani frequentavano massicciamente prostitute mentre le "signore rispettabili" dovevano essere caste e ignoranti di ogni questione sessuale. Si arrivò al punto di negare scientificamente, con la presunta autorità della medicina dell'epoca, l'esistenza stessa del desiderio sessuale femminile. Il medico William Acton scriveva nel 1857 che "la maggioranza delle donne non è molto turbata da sentimenti sessuali di alcun tipo". La masturbazione femminile era considerata una patologia medica, un sintomo di isteria da curare con interventi anche invasivi. Non stiamo parlando di Medioevo oscurantista, stiamo parlando di pieno Ottocento, l'era del progresso scientifico e della razionalità illuminista. Eppure la cultura, i pregiudizi, le strutture di potere erano così forti da piegare persino la medicina ai propri scopi.
E quando le potenze europee colonizzano Africa, Asia, Americhe e Oceania, non impongono solo dominio politico ed economico. Impongono anche, spesso con violenza, le proprie norme sessuali cristiane e patriarcali. In Polinesia, esploratori come James Cook negli anni 1770 documentarono società con una sessualità molto più paritaria e libera, dove sia uomini che donne potevano avere esperienze sessuali senza il moralismo che caratterizzava l'Europa. I missionari cristiani arrivati successivamente repressero drasticamente queste pratiche, introducendo il senso di vergogna e peccato che prima semplicemente non esisteva. L'antropologo Bronisław Malinowski documentò negli anni '20 del Novecento come i Trobriandesi in Melanesia avessero una fase di libertà sessuale giovanile per entrambi i sessi prima del matrimonio, una normalità che il contatto coloniale ha poi progressivamente eroso. Molte società africane matrilineari con norme sessuali più egualitarie hanno subito l'imposizione forzata di modelli patriarcali europei. La storia del colonialismo è anche, inevitabilmente, una storia di repressione sessuale imposta.
Ma come si trasmette e si mantiene un doppio standard nell'era moderna, in società che si dichiarano democratiche ed egualitarie?
Attraverso meccanismi culturali pervasivi e spesso invisibili proprio perché dati per scontati. Il primo e più potente è il linguaggio. Il modo in cui parliamo di sessualità maschile versus femminile non è neutrale, non è un semplice riflesso di una realtà preesistente. Il linguaggio costruisce attivamente la realtà che descrive. Un uomo con molti partner è un playboy, un latin lover, un dongiovanni, termini che oscillano tra l'ammirazione e il divertito riconoscimento di una certa abilità. Una donna con molti partner è una p*****a, una tr***, una che si concede facilmente. L'uomo conquista, performa, dimostra virilità. La donna si concede, cade, si rovina. L'asimmetria è totale, cristallina, brutale. E non è solo un problema di parole: gli studi di psicologia linguistica hanno dimostrato ripetutamente che il linguaggio modella concretamente la percezione e il pensiero. Le parole che usiamo creano le categorie mentali attraverso cui interpretiamo il mondo.
La socializzazione differenziata inizia prestissimo, spesso in modi che i genitori stessi non riconoscono consciamente. Quando un figlio esce la sera, gli diciamo "divertiti". Quando esce una figlia, diciamo "fai attenzione, mandami un messaggio quando arrivi". I consigli sulla sessualità sono radicalmente diversi: ai ragazzi "proteggiti", alle ragazze "non rovinarti la reputazione". Le reazioni emotive alla scoperta che un figlio o una figlia sono sessualmente attivi sono spesso agli antipodi. Uno studio pubblicato sulla rivista American Sociological Review nel 2009 ha dimostrato qualcosa di illuminante: i ragazzi adolescenti con molti partner sessuali guadagnano status sociale tra i pari, mentre le ragazze con molti partner lo perdono drasticamente. E questo effetto è mediato da percezioni culturali, non da differenze biologiche innate. Sono i pari, la comunità sociale, la cultura del gruppo a punire o premiare, e lo fanno seguendo copioni culturali appresi.
I media e la rappresentazione culturale fanno il resto, costruendo narrazioni ricorrenti che diventano il nostro immaginario collettivo. L'uomo promiscuo nel cinema e nella televisione è affascinante, carismatico, desiderabile. Pensiamo a James Bond, a Don Draper di Mad Men, a decine di altri personaggi iconici. La donna promiscua è tragica, spregevole, o al massimo un personaggio secondario comico. E quando una donna sessualmente libera diventa protagonista, il suo arco narrativo di redenzione passa quasi invariabilmente attraverso la rinuncia a quella libertà, il "sistemarsi", l'accettazione di norme più convenzionali. Uno studio del 2004 che ha analizzato il contenuto di sitcom americane ha mostrato che i personaggi maschili sessualmente attivi vengono ritratti positivamente nel 71% dei casi, quelli femminili solo nel 23%. Non stiamo parlando di realtà documentata, stiamo parlando di fiction, di storie inventate. Eppure queste storie plasmano profondamente cosa consideriamo normale, desiderabile, accettabile.
Ma c'è un aspetto ancora più insidioso e doloroso di tutto questo: il doppio standard non è mantenuto solo dagli uomini, né solo attraverso pressioni esterne. Viene interiorizzato profondamente anche dalle donne stesse, che diventano inconsapevolmente custodi e riproduttrici di norme che le danneggiano. Crescere immerse in una cultura patriarcale significa assorbire, fin dall'infanzia, messaggi contraddittori e tossici sulla propria sessualità. Non solo opinioni che si possono razionalmente rigettare, ma vergogna viscerale, paura profonda, blocchi emotivi che operano a un livello pre-cognitivo, che diventano indistinguibili dalla propria voce interiore.
La vergogna sessuale femminile è una delle armi più efficaci del patriarcato proprio perché è autogestita. Non serve un controllo esterno costante quando hai interiorizzato il controllore. Una donna può provare vergogna per il proprio desiderio senza che nessuno glielo dica esplicitamente, semplicemente perché ha assorbito anni di messaggi impliciti. Può sentirsi "sbagliata" per masturbarsi, per fantasticare, per desiderare esperienze che non rientrano nel copione della "brava ragazza". E questa vergogna ha conseguenze concrete e misurabili: difficoltà a comunicare i propri desideri al partner, perpetuando quel divario orgasmico documentato dalla ricerca. Come puoi chiedere quello che vuoi se una parte di te crede che volerlo ti renda meno rispettabile? Come puoi esplorare liberamente la tua sessualità se ogni impulso viene filtrato attraverso la domanda "cosa penseranno di me?"
E poi c'è lo slut-shaming femminile, forse l'aspetto più tragico di questa interiorizzazione. Numerosi studi hanno documentato che le ragazze e le donne sono spesso più severe nel giudicare negativamente altre donne percepite come sessualmente libere rispetto agli uomini. Non è crudeltà innata, è un meccanismo di autodifesa distorto in un sistema che punisce la sessualità femminile: "Se io mi distinguo da lei, se la giudico pubblicamente, confermo che io sono diversa, rispettabile, al sicuro". Ma questo comportamento finisce per rafforzare esattamente il sistema che opprime entrambe. Le madri trasmettono alle figlie le stesse paure che hanno vissuto loro. Le amiche si controllano a vicenda con peer pressure spietata. La competizione intrasessuale si alimenta proprio del doppio standard: se il "valore" relazionale di una donna è definito anche dalla sua reputazione sessuale, allora altre donne diventano minacce non solo come rivali per l'attenzione maschile, ma come potenziali minacce alla propria reputazione per contrasto.
L'interiorizzazione si manifesta anche nell'accettazione di modelli relazionali profondamente disfunzionali che nessuna persona con piena consapevolezza del proprio valore sceglierebbe liberamente. Quante donne accettano di essere l'opzione secondaria, la relazione nascosta, il segreto da non rivelare, perché hanno interiorizzato che "così sono gli uomini" e che pretendere rispetto e chiarezza sarebbe "chiedere troppo"? Quante rimangono in dinamiche dove il loro piacere è marginalizzato perché credono, in fondo, che il sesso sia "per lui" e che la propria soddisfazione sia un optional? Quante si sentono in colpa, letteralmente colpevoli, per aver avuto partner sessuali nel passato, come se questo le rendesse contaminate, meno degne di amore? Questi non sono problemi individuali di "bassa autostima" risolvibili con un corso di crescita personale. Sono sintomi di un'oppressione sistemica che è stata così profondamente interiorizzata da diventare struttura psichica, indistinguibile dalla propria identità.
Il concetto di "internalized misogyny", la misoginia interiorizzata, descrive proprio questo: l'adozione inconsapevole di atteggiamenti sessisti verso se stesse e verso altre donne. Non è debolezza individuale, è una risposta psicologica comprensibile e prevedibile a un sistema opprimente. Quando cresci in un sistema che ti dice costantemente che hai meno valore se non ti conformi a determinati standard impossibili, puoi ribellarti consapevolmente a livello razionale ma continuare a portare quei messaggi a livello emotivo e comportamentale. La ricerca psicologica ha documentato ampiamente come le credenze interiorizzate nell'infanzia abbiano una persistenza enorme, una viscosità psicologica che resiste alla confutazione razionale. E questa interiorizzazione crea un circolo vizioso tragico: donne che giudicano altre donne confermano agli uomini, e soprattutto ad altre donne più giovani, che il doppio standard è legittimo, naturale, inevitabile. Se persino le donne lo applicano, allora deve essere giusto. Diventa una profezia che si autoavvera, generazione dopo generazione.
Spezzare questo ciclo richiede un lavoro di consapevolezza profondo e spesso doloroso. Significa riconoscere che molte delle nostre paure, vergogne e limitazioni non sono "naturali" o inevitabili, ma sono state costruite e installate da un sistema che ne beneficia. Significa distinguere tra la propria voce autentica e quella del controllore interiorizzato, una distinzione che richiede anni di lavoro psicologico. Significa, per molte donne, un vero e proprio processo di decostruzione e ricostruzione della propria identità sessuale. E significa anche solidarietà femminile autentica, la capacità di riconoscere che un'altra donna che fa scelte sessuali diverse dalle nostre non è una minaccia alla nostra rispettabilità, ma semplicemente una persona che esercita la stessa autonomia che vorremmo per noi stesse.
E poi ci sono i miti, le convinzioni pseudoscientifiche che continuano a circolare nonostante la ricerca le abbia ampiamente smentite, alimentando sia il doppio standard esterno che la vergogna interiorizzata. Il mito per eccellenza è che gli uomini abbiano sempre voglia di sesso e le donne no, o molto meno. Questa credenza è così radicata che viene data per scontata, eppure la realtà scientifica è radicalmente diversa. Gli studi sulla sessualità umana hanno dimostrato un'enorme variabilità individuale in entrambi i sessi. Circa il 15-30% degli uomini sperimenta desiderio sessuale basso o assente. Molte donne sperimentano desiderio spontaneo intenso tanto quanto gli uomini. La variabilità dentro ciascun sesso è maggiore della differenza media tra i sessi, ma continuiamo a ragionare come se esistessero due categorie nette, separate, con caratteristiche opposte.
Particolarmente insidioso è il mito del "desiderio femminile solo responsivo", l'idea che le donne rispondano al desiderio altrui ma non lo inizino spontaneamente. Questo mito porta a vedere una donna con desiderio spontaneo come anormale, quindi sospetta, quindi potenzialmente promiscua. La realtà è che il modello del desiderio "responsivo" descrive una possibile modalità, documentata dalla ricerca di Rosemary Basson, ma non l'unica o la predominante. Studi successivi hanno dimostrato che molte donne sperimentano desiderio spontaneo intenso, ma questo viene culturalmente represso, negato, o interpretato come sintomo di qualcosa che non va. Quando il desiderio femminile emerge con forza, viene patologizzato o moralizzato, raramente normalizzato.
Lo stesso vale per la masturbazione e il consumo di pornografia. Culturalmente, la masturbazione maschile è normalizzata, quasi data per scontata, un rito di passaggio adolescenziale su cui si scherza apertamente. Quella femminile rimane avvolta in un silenzio imbarazzato, in una vergogna che resiste nonostante decenni di progressi. Eppure gli studi mostrano che la maggioranza delle donne si masturba (circa il 70-85% almeno una volta nella vita secondo diverse ricerche), e circa un terzo consuma pornografia. Il famoso "pleasure gap", il divario orgasmico, è documentato chiaramente: le donne in relazioni eterosessuali hanno molti meno orgasmi dei loro partner maschili. Ma questo non accade per ragioni biologiche, per qualche misteriosa difficoltà anatomica insormontabile. Accade per norme culturali che de-prioritizzano sistematicamente il piacere femminile, che lo considerano meno importante, meno legittimo, meno centrale all'esperienza sessuale stessa. Il sesso "finisce" con l'orgasmo maschile, non con quello femminile.
Il doppio standard sessuale non è un fenomeno isolato che galleggia nel vuoto. È parte di un sistema più ampio, quello che chiamiamo patriarcato, dove diversi meccanismi di controllo si rinforzano reciprocamente. Il controllo del corpo femminile non si limita alla sessualità: riguarda l'abbigliamento, la riproduzione, la mobilità, l'autonomia decisionale. Riguarda il gender pay gap, la segregazione occupazionale, il "second shift" del lavoro domestico non pagato che ricade prevalentemente sulle donne. Riguarda la sottorappresentazione in politica, nelle posizioni di leadership, nei luoghi dove si prendono decisioni che riguardano la vita di tutti. Tutti questi elementi sono connessi, si sostengono a vicenda in un sistema che si auto-rinforza. Controllare la sessualità femminile serve a mantenere gli altri controlli, e viceversa. Non è un insieme casuale di fenomeni separati che per coincidenza svantaggiano lo stesso gruppo, è una struttura coerente.
La cultura machista, particolarmente forte in contesti mediterranei e latino-americani, costruisce la mascolinità attraverso performance specifiche: il numero di conquiste sessuali, la dimostrazione continua di potenza, il controllo e il possesso delle donne partner. Ma questo modello è tossico per tutti, non solo per le donne. Gli uomini subiscono una pressione costante a performare sessualmente sempre, a reprimere ogni vulnerabilità, a dimostrare continuamente la propria virilità in un gioco che non finisce mai. Gli uomini che non aderiscono a questo modello vengono stigmatizzati con epiteti omofobi o femminilizzanti. Le relazioni diventano arene competitive invece che spazi di intimità e collaborazione. La ricerca sulla "masculinity threat" ha dimostrato che la mascolinità, a differenza della femminilità, è percepita culturalmente come precaria, qualcosa che può essere perso e che quindi deve essere costantemente dimostrato e difeso. Questo crea un'ansia di fondo, una pressione che non si allenta mai e che rende gli uomini stessi vittime, seppur privilegiate, dello stesso sistema.
La buona notizia è che i cambiamenti culturali stanno avvenendo, sono misurabili, sono documentabili. Il Gender Gap Index del World Economic Forum mostra una correlazione forte tra uguaglianza di genere generale e attenuazione del doppio standard sessuale.
I paesi nordici come Islanda, Norvegia e Finlandia, che hanno fatto progressi enormi nell'uguaglianza economica, politica e sociale, mostrano anche doppi standard sessuali significativamente ridotti rispetto a paesi mediterranei o del Golfo. Non è una coincidenza, è una dimostrazione che le norme sessuali sono plasmate dalle strutture sociali complessive. Gli studi longitudinali su decine di migliaia di persone mostrano atteggiamenti progressivamente più egualitari sulla sessualità femminile nelle generazioni più giovani. La destigmatizzazione sta avvenendo, anche se lentamente e tra resistenze feroci.
Quindi, per tornare alla domanda iniziale: perché il doppio standard esiste? Non perché sia una legge biologica immutabile. Non perché rifletta una verità naturale sull'essenza maschile e femminile. Esiste perché ha radici storiche specifiche legate al controllo patrimoniale e al potere economico. Esiste perché è stato costruito, trasmesso e mantenuto attraverso meccanismi culturali identificabili: il linguaggio, la socializzazione, i media, i miti pseudoscientifici, l'interiorizzazione psicologica. Esiste perché serve a mantenere strutture di potere che avvantaggiano alcuni a scapito di altri. E continua ad esistere perché troppo spesso accettiamo passivamente che "è sempre stato così", come se questo fosse un argomento anziché una resa.
Ma la storia ci insegna che le norme sessuali sono cambiate drasticamente e rapidamente in passato. La rivoluzione sessuale degli anni Sessanta e Settanta ha trasformato atteggiamenti che sembravano immutabili nell'arco di una generazione. Possono cambiare ancora.
La variabilità geografica contemporanea ci dimostra che società diverse hanno costruito norme diverse, quindi le norme sono costruibili, modificabili, migliorabili. Non è idealismo utopico, è pragmatismo basato su evidenze. Riconoscere che il doppio standard è un costrutto culturale non significa negare che cambiarlo sia difficile. Significa riconoscere che è possibile, che è già in corso, che dipende dalle scelte che facciamo individualmente e collettivamente.
La vera domanda quindi non è "perché esiste il doppio standard?" La vera domanda è: "Perché continuiamo a mantenerlo, nonostante sappiamo che non è inevitabile?" E la risposta è scomoda ma necessaria: perché cambiare richiede fatica, richiede mettere in discussione privilegi, richiede confrontarsi con l'idea che forse le cose che davamo per scontate come "naturali" erano in realtà costruzioni che servivano interessi specifici. Richiede, in definitiva, responsabilità. La responsabilità di non nasconderci più dietro la biologia quando parliamo di scelte culturali. La responsabilità di costruire, consapevolmente e intenzionalmente, norme più eque. Non perché la natura ce lo impone, ma perché la cultura ce lo permette.
E quando è sicura, si leva sulla creatura, solleva su di lei le braccia, e prende a cantare. Allora le costole e le ossa delle gambe cominciano a ricoprirsi di carne e le creature si ricoprono di pelo. La Lupa canta ancora, e quasi tutte le creature tornano in vita, con la coda ispida e forte che si rizza.
E ancora La Loba canta e il lupo comincia a respirare.
E ancora La Loba canta così profondamente che il fondo del deserto si scuote, e mentre lei canta il lupo apre gli occhi, balza in piedi e corre lontano giù per il canyon.
In un momento della corsa, per la velocità della corsa medesima, o perché finisce in un fiume, o perché un raggio di sole o di luna lo colpisce alla schiena, il lupo è d’un tratto trasformato in una donna che ride e corre libera verso l’orizzonte.
- La storia della Loba, tratta dal libro "Donne che corrono coi lupi" di Clarissa Pinkola Estés.
Citazione: La mélancolie est l'illustre compagnon de la beauté, elle est si bien que je ne peux concevoir aucune beauté qui ne porte en elle sa tristesse.
RyanTheNorthman ha scritto: Sì, ne sono consapevole; infatti, a prescindere da tutto, non potrei mai rinunciare alla mia autenticità, a ciò che sono, sarebbe una cosa troppo complessa e innaturale per me.
Sì, vivo in un piccolo paese, ma coloro che ci abitano mi conoscono solo di vista o come "figlio di", non sanno praticamente nulla di me, perciò in questo caso, fortunatamente, non ho problemi legati a questa mia condizione particolare; e non intendo nemmeno rendermi noto, dato che, come hai detto anche tu stessa, i paesini non sono luoghi ideali per la diversità.
Assolutamente, è un bene che tu cerchi di preservare la tua autenticità. E' una prerogativa fondamentale per costruire rapporti significativi e soprattutto sinceri. Interpretare una parte per integrarsi in un gruppo ti mette in condizione di rimanere incastrato in un copione, che diventa ben presto una prigione. Se a delle persone ci presentiamo in un determinato modo e poi "cambiamo", il rischio che possano allontanarsi si fa più tangibile. Del resto non hanno imparato a conoscere ed apprezzare noi, ma la maschera che abbiamo indossato fino a quel momento.
Comprendo che il contesto di paese possa stare stretto, sia per la mentalità tendenzialmente chiusa che per la mancanza di opportunità di aggregazione. Non intendevo renderti noto, più che altro ricercare contesti in cui "incrementare" la probabilità di conoscere qualcuno con il quale sia più semplice creare un ponte comunicativo.
RyanTheNorthman ha scritto:Certamente, concordo con te, ma spesso le cose non funzionano come si desidera: premettendo che trovare il proprio posto, la propria gente, non sia per nulla facile (a volte, semplicemente, non si trova), di fatto, anche se ci si riesce, alla fine non si risolve il problema alla base; farò un esempio a caso e semplificato rispetto al mio caso: una persona omosessuale, facente parte di una minoranza e quindi avente una condizione di diversità, che viene guardata male, discriminata ed emarginata dalla società, può trovare rifugio in un'associazione lgbt+, la quale è pronta ad accoglierla, a offrirle supporto, a rispettarla e celebrarla per ciò che è, e quindi questa si ritrova in una dimensione ideale, in una bolla protettiva; ma comunque il mondo al di fuori di quella piccola bolla continuerà ad esserle ostile, questa persona continuerà a scontrarsi con esso e ad avere difficoltà quasi ogni giorno in qualsiasi ambito, da quello sociale a quello lavorativo (a meno che non abbia la poco comune fortuna di lavorare in una realtà più inclusiva). Non potrà mai avere davvero la vita che vorrebbe.
L'esempio è tristemente concreto, tuttavia non sono d'accordo sul finale. Una minoranza oppressa da una società poco inclusiva non smette di essere tale solo per l'esistenza di realtà associative, certo... Tuttavia in quanto animali mossi - anche - da bisogni di affezione ed appartenenza, possiamo trarre enormi benefici dalla presenza di una "rete di supporto" (in questo caso sociale, ma non solo). Si tratta pur sempre di risorse, strumenti concreti che ci permettono di affrontare le avversità della vita con un po' più di fiducia, coraggio, forza e stabilità. Ecco perché penso che non necessariamente alcune persone "più esposte/vulnerabili" siano condannate ad accontentarsi di una vita di compromessi. Dipende da tante cose! Quasi sicuramente incontreranno più difficoltà, alcune delle quali estremamente specifiche, ma questo non si traduce necessariamente in una predestinazione al fallimento delle proprie aspirazioni (che possono anche cambiare nel corso della vita dal momento che non siamo entità statiche).
RyanTheNorthman ha scritto:
Sai, ho sentito dire innumerevoli volte che quando si esprimono le proprie idee, ci si dimostra partecipativi e interessati al dialogo in corso, si tenda ad attirare l'interesse della gente; nel mio caso, però, non è andata così: durante gli anni delle superiori, capitava che alcuni professori introducessero dei dibattiti su tematiche qualsiasi da affrontare insieme a tutta la classe, e io esprimevo ciò che pensavo praticamente in ogni occasione, non sono mai stato zitto, ho mostrato vari aspetti di me, e nonostante ciò la mia situazione nel gruppo è rimasta invariata, sono sempre rimasto quello meno considerato.
Mi dispiace che nel contesto dell'equitazione tu non sia riuscito a legare molto. Magari per come questo corso è strutturato, le possibilità di interazione sono poche.
Questa esperienza dei dibattiti in cui ti sei sentito ignorato è qualcosa che pensi possa averti condizionato? Nel senso, pensi che in questa circostanza potresti aver appreso qualcosa di importante, che potrebbe essersi radicato su un piano profondo?
Sembra un ricordo piuttosto vivido. Sarà stato triste sentire di non essere considerati, anche dopo aver avuto il coraggio di esporsi, parlando apertamente.
RyanTheNorthman ha scritto:Questa mia paura del rifiuto non è presente la maggior parte delle volte (dato anche il fatto che al momento non sto frequentando nessuno) e comunque quando c'è non è così forte da impedirmi di prendere iniziative e provare nuove esperienze.
Sinceramente, in tutto questo tempo ho ipotizzato tante cose che potrebbero rappresentare una causa:
- il fatto che non mi sia mai interessato ai passatempi e agli argomenti della maggior parte dei miei coetanei (andare in discoteca, andare in giro a perdere tempo con la radio che trasmette canzoni rap a volume alto, fumare e bere, fare commenti sulle "belle tette che ha quella tipa" o i "bei muscoli che ha quel tipo", spettegolare, parlare a vanvera, la cosiddetta "small talk" in generale, ecc.);
- il fatto che ci metta più tempo per aprirmi e prendere confidenza;
- il fatto che, quando arrivo a sentirmi a mio agio con l'altro, tenda ad essere molto gentile, affettivo, disponibile ecc.;
- il fatto che non utilizzi parolacce e/o bestemmie nel mio linguaggio;
- il fatto che abbia un aspetto fisico e un modo di vestire piuttosto particolari;
- il fatto che forse sembro uno stupido, un rimbambito, uno con la testa tra le nuvole, un imbranato, uno che non sa nemmeno come si sta al mondo.
Forse l'ostacolo potrebbe essere dovuto a uno di questi fattori o magari a tutti quanti, chi lo sa; ma a prescindere da ciò, questo sono io, e ripeto, non riuscirei mai ad essere altro (nonostante ci abbia provato per molto tempo). Comunque sì, ho in programma di iniziare un percorso di psicoterapia (l'ennesimo, dopo tanti non andati a buon fine), sebbene per questioni diverse, legate perlopiù al mio corpo, ma dubito che si potrà fare molto riguardo a questa cosa, per ovvi motivi, e oltretutto non so nemmeno quando inizierò, dato che l'ambulatorio dell'ospedale al quale mi sono rivolto mesi fa non ha ancora un terapeuta fisso, e quindi è un po' tutto incerto.
Il fatto che la paura del rifiuto sia, in questo momento, ad un livello tollerabile è sicuramente un'ottima cosa.
Mi sembri una persona molto riflessiva ed intelligente. Hai fatto un notevole sforzo per cercare di analizzare e comprendere questa situazione.
Molte delle possibili cause che hai elencato (il linguaggio, il livello di profondità che cerchi, gli interessi) possono pesare parecchio in alcune realtà.
Fare fatica ad aprirsi in effetti potrebbe metterti nella condizione di far fatica a cogliere delle occasioni. Magari così come per te è difficile approcciare in prima battuta, potrebbe esserlo anche per qualcun altro. Chissà quanti incontri potenziali non si verificano per colpa dell'imbarazzo! Questo non significa che da domani diventerai l'anima della festa o che interpreterai un ruolo, significa piuttosto iniziare a mettere in discussione, pezzo dopo pezzo, quella fatica. Affiancare una prospettiva diversa, può aiutare a ridimensionare l'impatto di quella che hai imparato a conoscere ed applicare nei tuoi schemi mentali.
E' comprensibile che, se sei stato tanto ferito, isolato e giudicato, una parte di te senta il bisogno di proteggersi: mettendo alla prova, cercando di selezionare con estrema cura le persone, riflettendo attentamente su quanto e cosa condividere e mostrare. Il punto è che questa ricerca di conferme rischia di diventare un loop che non offre risposte, ma solo altre domande.
Certo che di etichette negative (stupido, imbranato, rimbambito) te ne affibbi parecchie. So che stai parlando di come pensi ti vedano gli altri, ma sei sicuro di non aver interiorizzato, in una certa misura, queste caratteristiche? Magari proprio nel tentativo di dare un senso alla sofferenza di non essere visto, accolto, compreso, scelto, apprezzato, amato.
Quando il contatto (o il mancato contatto) con l'altro ci ferisce, creiamo una corazza che a volte definiamo "sicurezza", ma che di fatto somiglia molto di più ad un tentativo di razionalizzare. Non c'è niente di cui vergognarsi, è un meccanismo estremamente umano, ma può diventare un terreno sterile, dove qualsiasi cambiamento fatica a germogliare. Perché? Perché ci si confina in quella prospettiva, in quel punto di vista... Questo fa sì che diventi sempre più difficile ricredersi, a causa di meccanismi di evitamento e distorsione cognitiva. E così, la montagna di problemi da affrontare sembra crescere un po' di più ad ogni istante, mentre l'energia vitale e la fiducia nel futuro e nelle proprie risorse si indeboliscono.
Mi dispiace per il rapporto tormentato che hai con il tuo corpo. Non dev'essere affatto facile conviverci. Spero che il prossimo percorso di psicoterapia possa andare meglio. Se può farti sentire più sereno visto il limite dato dall'ambiente puoi provare a cercare anche un terapeuta fisso più distante e svolgere gli incontri online.
Ti mando un abbraccio.
E quando è sicura, si leva sulla creatura, solleva su di lei le braccia, e prende a cantare. Allora le costole e le ossa delle gambe cominciano a ricoprirsi di carne e le creature si ricoprono di pelo. La Lupa canta ancora, e quasi tutte le creature tornano in vita, con la coda ispida e forte che si rizza.
E ancora La Loba canta e il lupo comincia a respirare.
E ancora La Loba canta così profondamente che il fondo del deserto si scuote, e mentre lei canta il lupo apre gli occhi, balza in piedi e corre lontano giù per il canyon.
In un momento della corsa, per la velocità della corsa medesima, o perché finisce in un fiume, o perché un raggio di sole o di luna lo colpisce alla schiena, il lupo è d’un tratto trasformato in una donna che ride e corre libera verso l’orizzonte.
- La storia della Loba, tratta dal libro "Donne che corrono coi lupi" di Clarissa Pinkola Estés.
Hystèria ha scritto:In realtà no. Volevo vedere dove riuscivi ad arrivare onestamente.
Allora grazie per l'interesse. Temo sempre che lunghi dibattiti annoino i più, anche perché di solito nessun'altro vi partecipa.
Mi sa però che mica lo reggi tanto bene il confronto alla fine.
LOL!
No guarda, non è proprio quello il problema.
Ho un'Ego grandioso e dibattere mi diverte, come anche "smontare" le tesi che trovo insensate. Per me è uno spasso!
Il problema è che, in questi casi, si tratta appunto di Ego contro Ego. Per cui alla fine risulta una lotta sterile a chi vuole aver ragione e a "chi ce l'ha più lungo" (perdonami la metafora), non una discussione costruttiva od un sincero scambio di idee. Diventa più un "incontro di boxe" che un confronto.
Per cui quando vedo che la direzione è quella, mollo perché a) Ho di meglio da fare; b) Non voglio dare troppo spazio all'Ego; c) Si finisce con l'insultare o aggredirsi a vicenda, cosa che preferisco evitare per quanto possibile. Inoltre ormai non ho bisogno di dimostrare niente a nessuno.
Quindi non è che non ne sono capace; è che scelgo di non farlo. Anni fa lo facevo, finché ho realizzato quando fosse puerile e sterile.
"At the feast of ego, everyone leaves hungry."
(Al banchetto dell'ego, tutti se ne vanno affamati.)
Per paragone, per esempio qui mi sono trovato varie volte a discutere con @VeraVita: ma con lei c'è sempre un confronto sincero, non di prevaricazione; ed anche se poi ognuno rimane con le sue idee, lo scambio resta civile e costruttivo, con rispetto ed affetto reciproci. Non c'è Ego.
Il problema dell'Ego è che è un po' come il vino: un po' è eccitante... troppo finisce con l'essere tossico.
Riguardo questa discussione, sono comunque contento che @-Entropia abbia espresso la sua opinione, così ognuno può leggere entrambe e vedere quale delle due trova più convincente.
Poi ovviamente resto sempre aperto a domande e dubbi.
Il mio Blog "Psicofelicità": https://psicofelicita.blogspot.com/
Citazione: "Ho scelto di camminare da solo... Evito la falsità... Non porto rancore a nessuno ma non dipendo da nessuno. La mia storia è un capitolo chiuso per molti... e se mi apro con qualcuno vuol dire che per me è molto importante."
-Entropia ha scritto:Comprendo che il contesto di paese possa stare stretto, sia per la mentalità tendenzialmente chiusa che per la mancanza di opportunità di aggregazione. Non intendevo renderti noto, più che altro ricercare contesti in cui "incrementare" la probabilità di conoscere qualcuno con il quale sia più semplice creare un ponte comunicativo.
La faccenda è un po' più complicata, dato che ho anche una disforia di genere (non so se sai cos'è) e attualmente non lo sa nessuno a parte la mia famiglia; perciò, per evitare che possano diffondersi voci, preferisco aspettare di "venire allo scoperto" fin quando non avrò la possibilità di trasferirmi in una realtà più grande di quella nella quale vivo.
-Entropia ha scritto:Una minoranza oppressa da una società poco inclusiva non smette di essere tale solo per l'esistenza di realtà associative, certo... Tuttavia in quanto animali mossi - anche - da bisogni di affezione ed appartenenza, possiamo trarre enormi benefici dalla presenza di una "rete di supporto" (in questo caso sociale, ma non solo). Si tratta pur sempre di risorse, strumenti concreti che ci permettono di affrontare le avversità della vita con un po' più di fiducia, coraggio, forza e stabilità. Ecco perché penso che non necessariamente alcune persone "più esposte/vulnerabili" siano condannate ad accontentarsi di una vita di compromessi. Dipende da tante cose! Quasi sicuramente incontreranno più difficoltà, alcune delle quali estremamente specifiche, ma questo non si traduce necessariamente in una predestinazione al fallimento delle proprie aspirazioni (che possono anche cambiare nel corso della vita dal momento che non siamo entità statiche).
Sai, forse dico così più che altro perché non ho mai avuto una rete di supporto, perciò può darsi che non mi renda davvero conto dei benefici che ne possono derivare.
-Entropia ha scritto:Questa esperienza dei dibattiti in cui ti sei sentito ignorato è qualcosa che pensi possa averti condizionato? Nel senso, pensi che in questa circostanza potresti aver appreso qualcosa di importante, che potrebbe essersi radicato su un piano profondo?
A livello personale non mi ha sconvolto particolarmente, nel senso che non mi ha portato a sviluppare una paura a parlare, infatti, nei contesti dove ho abbastanza sicurezza e confidenza, tendo a dire quello che penso, a prescindere se sia concorde con la maggioranza oppure no, anche se ciò potrebbe eventualmente portarmi ad essere visto come strano o pazzo; non potrei mai mentire, dire che sono d'accordo con Tizio, Caio e Sempronio quando non è così (cosa che invece fanno non poche persone per paura, pur di seguire il branco).
-Entropia ha scritto:Sembra un ricordo piuttosto vivido. Sarà stato triste sentire di non essere considerati, anche dopo aver avuto il coraggio di esporsi, parlando apertamente.
All'epoca le prime volte sì, ma poi pian piano ho capito che non valeva proprio la pena tormentarmi per un gruppo con il quale dopotutto non avevo proprio nulla da spartire.
-Entropia ha scritto:Mi sembri una persona molto riflessiva ed intelligente. Hai fatto un notevole sforzo per cercare di analizzare e comprendere questa situazione.
Grazie davvero.
-Entropia ha scritto:Fare fatica ad aprirsi in effetti potrebbe metterti nella condizione di far fatica a cogliere delle occasioni. Magari così come per te è difficile approcciare in prima battuta, potrebbe esserlo anche per qualcun altro.
In effetti è vero.
-Entropia ha scritto:Questo non significa che da domani diventerai l'anima della festa o che interpreterai un ruolo, significa piuttosto iniziare a mettere in discussione, pezzo dopo pezzo, quella fatica. Affiancare una prospettiva diversa, può aiutare a ridimensionare l'impatto di quella che hai imparato a conoscere ed applicare nei tuoi schemi mentali.
Il fatto che io abbia bisogno di frequentare e approfondire la conoscenza con una persona per poter prendere confidenza e aprirmi completamente, non è dovuto ad eventi accaduti o traumi subiti, ma è una caratteristica di me, e posso dire di andarne fiero, perché vuol dire che non dò la mia fiducia così facilmente (cosa che, secondo me, soprattutto al giorno d'oggi, è un bene).
-Entropia ha scritto:E' comprensibile che, se sei stato tanto ferito, isolato e giudicato, una parte di te senta il bisogno di proteggersi: mettendo alla prova, cercando di selezionare con estrema cura le persone, riflettendo attentamente su quanto e cosa condividere e mostrare. Il punto è che questa ricerca di conferme rischia di diventare un loop che non offre risposte, ma solo altre domande.
Anche se fosse così, non posso fare a meno di farlo; se sento di non trovarmi bene con qualcuno, mantengo le mie distanze, in quanto non potrei mai instaurarci un rapporto sincero ed equilibrato, anzi, potrebbero potenzialmente insorgere dei conflitti e crearsi dei meccanismi non sani, per i quali ne risentirei molto a livello emotivo, perciò, per evitarlo, devo proteggermi per quanto possibile, non ho altra scelta.
Non posso davvero passare una vita ad accontentarmi di stare con gente con la quale non sono a mio agio, preferirei restare da solo dovendo scegliere.
-Entropia ha scritto:Certo che di etichette negative (stupido, imbranato, rimbambito) te ne affibbi parecchie. So che stai parlando di come pensi ti vedano gli altri, ma sei sicuro di non aver interiorizzato, in una certa misura, queste caratteristiche? Magari proprio nel tentativo di dare un senso alla sofferenza di non essere visto, accolto, compreso, scelto, apprezzato, amato.
Non c'è niente di cui vergognarsi, è un meccanismo estremamente umano, ma può diventare un terreno sterile, dove qualsiasi cambiamento fatica a germogliare. Perché? Perché ci si confina in quella prospettiva, in quel punto di vista... Questo fa sì che diventi sempre più difficile ricredersi, a causa di meccanismi di evitamento e distorsione cognitiva.
Sì, forse nell'esprimermi ho estremizzato un po', presumibilmente a causa di una mia interiorizzazione; comunque, basandomi sul modo in cui alcuni coetanei si sono rapportati a me in ambito scolastico/sociale, non credo di essermi discostato troppo dalla realtà.
-Entropia ha scritto:Mi dispiace per il rapporto tormentato che hai con il tuo corpo. Non dev'essere affatto facile conviverci. Spero che il prossimo percorso di psicoterapia possa andare meglio.
Già. Più che altro vorrei venirne a capo il prima possibile, dato che difficilmente potrò affrontare altre faccende se prima non risolvo questa.
-Entropia ha scritto:Se può farti sentire più sereno visto il limite dato dall'ambiente puoi provare a cercare anche un terapeuta fisso più distante e svolgere gli incontri online.
Ti mando un abbraccio.
Non posso rivolgermi da nessun'altra parte, quella è l'opzione migliore che ho, poiché è specializzata sulla problematica specifica che presento e non è privata.
Ad ogni modo, ti ringrazio molto per l'interessamento.
Un abbraccio anche a te.