Una chiave di lettura sull'autolesionismo

L'autolesionismo non è spaventoso. È l'affinità al dolore. E' dar voce ai sentimenti che non riescono a uscire, per sentire il dolore che si ha dentro.
Spesso mosso dal senso di colpa e spesso da parte di chi è troppo duro con se stesso: "Finalmente posso punirmi".
Autolesionismo e masochismo, un immenso dolore che non riesce a uscire se non col sangue!
La sezione è nata per trovare, col dibattito, lo sfogo, e il proprio sentire, il problema alla radice o semplicemente per poter parlare di questo problema è sentirsi meno soli.

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Una chiave di lettura sull'autolesionismo

#1 Messaggio da Navigator63 »

Sto leggendo il libro "The body keeps the score" del dr. Bessel Van Der Kolk (ed. italiana "Il corpo accusa il colpo"), sui traumi e le loro conseguenze, non solo mentali ed emotive, ma anche su come modificano letteralmente il nostro corpo e cervello.

Un paragrafo mi ha fatto pensare agli atti di auto-lesionismo, che personalmente non ho vissuto, ma che mi hanno sempre fatto pensare che siano compiuti per attenuare un altra sofferenza sottostante. Questo passaggio dal libro lo conferma:

ITALIANO: <<Se un organismo è bloccato in modalità sopravvivenza, le sue energie sono concentrate sulla lotta contro nemici invisibili, il che non lascia spazio al prendersi cura e all'amore [1]. Per noi umani, significa che finché la mente si difende da assalti invisibili, i nostri legami più stretti sono minacciati, insieme alla nostra capacità di immaginare, pianificare, giocare, imparare e prestare attenzione ai bisogni degli altri [1].
Le emozioni intense coinvolgono non solo la mente, ma anche la pancia ed il cuore [2]. Quando la mente è fortemente eccitata, influisce immediatamente sullo stato dei visceri.
Sperimentiamo le nostre emozioni più devastanti come sensazioni strazianti e dolore profondo. Finché registriamo le emozioni principalmente nella nostra testa, possiamo mantenere un certo controllo, ma la sensazione del petto che scoppia o di un pugno nello stomaco è insopportabile. Siamo disposti a tutto pur di far sparire queste terribili sensazioni viscerali [3], che si tratti di aggrapparci disperatamente a un'altra persona, di annebbiarci con droghe o alcol, o di tagliarci la pelle per sostituire le emozioni travolgenti con sensazioni definibili [4]. Quanti problemi di salute mentale, dalla tossicodipendenza all'autolesionismo, iniziano come tentativi di far fronte all'insopportabile dolore fisico delle nostre emozioni?>>

ENGLISH: <<If an organism is stuck in survival mode, its energies are focused on fighting off unseen enemies, which leaves no room for nurture, care, and love [1]. For us humans, it means that as long as the mind is defending itself against invisible assaults, our closest bonds are threatened, along with our ability to imagine, plan, play, learn, and pay attention to other people’s needs [1].
Intense emotions involve not only the mind but also the gut and the heart [2]. When the mind is strongly excited, it instantly affects the state of the viscera.
We experience our most devastating emotions as gut-wrenching feelings and heartbreak. As long as we register emotions primarily in our heads, we can remain pretty much in control, but feeling as if our chest is caving in or we’ve been punched in the gut is unbearable. We’ll do anything to make these awful visceral sensations go away [3], whether it is clinging desperately to another human being, rendering ourselves insensible with drugs or alcohol, or taking a knife to the skin to replace overwhelming emotions with definable sensations [4]. How many mental health problems, from drug addiction to self-injurious behavior, start as attempts to cope with the unbearable physical pain of our emotions?>>

Premetto che molto spesso le persone che hanno subito dei traumi (a meno che siano stati evidenti come guerre o aggressioni), non se li ricordano. Per cui per capire certe situazioni bisogna basarsi sui sintomi e sugli stati d'animo, non sui ricordi (la memoria è sovente poco affidabile).
- [1] Quando abbiamo subito traumi, la nostra mente spesso rimane in uno "stato di allarme" (cerca di prevenire ulteriori pericoli), anche se sono accaduti tanti anni fa. Nella misura in cui la mente è in uno stato di costante allarme, ha poche risorse per dedicarsi ad altro, e ciò produce conseguenze tipo : difficoltà di concentrazione o apprendimento, ansia, preoccupazioni continue, agitazione, nervosismo, irritabilità, difficoltà di relazione, scarsa capacità di godersi le cose, abulia o depressione.
- [2] Gli stati d'animo conseguenti ai traumi non sono solo emotivi, ma producono sensazioni fisiche molto intense, e spesso insopportabili. Possiamo provare un malessere profondo e devastante, anche se non ne capiamo l'origine.
- [3, 4] Poiché queste sensazioni orribili continuano (finché il trauma non è stato affrontato e superato), col tempo cerchiamo qualsiasi mezzo per attenuarli: persino procurarci dei danni fisici rappresenta un "sollievo" (un taglio è una sensazione sopportabile e che possiamo gestire, rispetto al dolore viscerale profondo di un malessere su cui non abbiamo controllo).

In sintesi, l'auto-lesionismo è una forma di sofferenza per sfuggire ad una sofferenza ben maggiore. Anche se dall'esterno appare incomprensibile.
Però è una "fuga" momentanea, perché serve solo a distogliere la mente sul momento, ma non va alla radice della sofferenza originaria. Proprio come fanno altre forme di "fuga dal dolore": droghe, gioco d'azzardo, relazioni malsane od altri tipi di dipendenze.

Naturalmente non c'è mai un'unica spiegazione possibile per i problemi. Quindi non sto dicendo che l'auto-lesionismo è sempre originato da traumi. Però leggendo questo libro risulta evidente che molti problemi emotivi e personali abbiano tale origine.
Suggerisco quindi a chi si fal del male di non pensare di essere "sbagliato" o "fatto male"; bensì che è una persona "danneggiata" da eventi su cui non ha avuto controllo, e di cui non ha colpa. :dunno:

Piuttosto, sarebbe utile chiedersi "Cosa potrebbe essermi successo, o mi hanno fatto, che ha generato quel dolore insopportabile che mi spinge a tagliarmi? Che messaggio mi sta mandando quel dolore? Di cosa parla?". Le cose non capitano per caso. Quel dolore deve per forza arrivare da qualche evento. :mmm2:
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Re: Una chiave di lettura sull'autolesionismo

#2 Messaggio da ClaudiaK »

Argomento interessantissimo.
Qualche ossservazione.

La prima è che l'Autore che citi (esperto infatti del disturbo post traimatico da stress, sebbene non immune da censure di pseudo-scientificità) tratta di traumi oggettivi e ben presenti al paziente, e non di presunti traumi "da ricercare" al modo della psicanalisi. In breve : partì dallo studio dei militari reduci dal Vietnam, e proseguì nello studio di pazienti vittime di eventi concreti e micidiali (dalle catastrofi agli orrori e violenze di ogni sorta).

Questa distinzione non mi sembra oziosa.

Intendo dire semplicemente che è un dato di realtà che esistano una miriade di eventi esterni al soggetto che risulterebbero gravemente traumatizzanti per chiunque, e poi esistono altri eventi di portata del tutto veniale per chiunque, e che solo a rarissimi soggetti potrebbero risultare "traumatizzanti".

Per cui si arriva al paradosso (addirittura opposto rispetto a quanto teorizza l'Autore), giacchè : lui cura la sofferenza da trauma laddove il trauma è oggettivo e ha lasciato i suoi segni; mentre, se si parte dal concetto che qualunque sofferenza sia la spia di un "trauma"...e lo si fa persino quando il trauma sia da ricercare perchè il paziente stesso non ne ha contezza, secondo Psichiatria attuale (non secondo me) si rischia di PRODURRE i disastri su cui torno tra un attimo.

(Personalmente sono stata molto depistata dalla Psichiaria nostrana sulla parallela questione della "ferita narcistica" , per arrivare dopo molto impegno alle risposte più attuali e d'oltreoceano (molto meno intrisi. lì, di psicolanalisi e molto più attenti alle Neuroscienze) , del tipo : la "ferita" può soggettivamente esistere anche nel bambino oggettivamente più amato e curato del mondo; resta che non sia necessariamente determinata da alcun evento significativo esterno al soggetto, bensì da sue caratteristiche cognitive ed elaborative che lo inducono a filtrare gli eventi esterni, anche insignificanti o amorevoli, con codici che sono soltanto suoi e deleteri per lui.)
Navigator63 ha scritto: 12/08/2026, 18:01 Suggerisco quindi a chi si fal del male di non pensare di essere "sbagliato" o "fatto male"; bensì che è una persona "danneggiata" da eventi su cui non ha avuto controllo, e di cui non ha colpa.
Piuttosto, sarebbe utile chiedersi "Cosa potrebbe essermi successo, o mi hanno fatto, che ha generato quel dolore insopportabile che mi spinge a tagliarmi? Che messaggio mi sta mandando quel dolore? Di cosa parla?". Le cose non capitano per caso. Quel dolore deve per forza arrivare da qualche evento.
E qui è il punto.
Mi verrebbe solo da dire "e perchè mai, se uno soffre, dovrebbe sempre partire dal presupposto di essere stato "danneggiato" ?". O : "perchè mai uno NON dovrebbe mai pensare che forse è lui <sbagliato>?".
Dove <sbagliato> non equivale a una condanna, bensì forse equivale all'unica indicazione utile a se stesso e alla propria sofferenza, e magari solo così rendersi conto che può correggere i propri filtri cognitivo-elaborativi e solo così liberarsi da quella sofferenza !

Il problema del considerarsi "danneggiato da eventi esterni" , non solo è la matrice di quel vittimismo dilagante e deresponsanilizzato che, dopo decenni di psicologismi di massa, appesta e fiacca le menti dei più giovani (no tutti, certo) ; e non solo crea orde di genitori che si chiedono allucinati "ma dove ho sbagliato?"; ma soprattutto ALLONTANA da qualunque possibilità teorica del paziente di lenire la propria sofferenza. E mi sembra quest'ultimo l'aspetto gravissimo.

Andando sul concreto : se io avessi una sofferenza che mi toglie persino la parola per un trauma vero, grande, certo (un naufragio, una catastrofe, un sequestro di persona, ecc.) , ma certo che ci starebbe tutta l'essere accompagnata da un bravo Psicoterapeuta a "rifare pace con la realtà" e a farmi una qualche ragione dell'acacduto.
Ma se la stessa sofferenza devastante la provassi senza poterla connettere a nessun evento significativo, e magari ricordassi che è sempre stata così fin dalla mia prima adolescenza, ma...scusa eh...per quale logica perversa dovrei "consolarmi" pensando di essere stata "danneggiata" , pur non avendo la più pallida idea di un qualunque evento danneggiante della mia vita, e passare ore ed ore da qualcuno che mi aiuta solo...a inventarmi il "trauma"... anche se non c'è mai stato?
Non sarà forse molto meglio PER ME se mi chiedo perchè io mi relaziono al mondo in modo da aumentare la mia sofferenza e mi faccio aiustare (da uno Psichiatra, poichè è anzitutto Medico) a capire cosa c'è IN ME che trasforma la mia vita in un'afflizione perpetua?
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Re: Una chiave di lettura sull'autolesionismo

#3 Messaggio da ClaudiaK »

Re melius perpensa...la mia non è una critica alla "chiave di lettura sull'autolesionismo", nè all'Autore che citavi (che comunque si occupa di traumi veri e ben noti alla vittima, e non di "traumi da ricercare" anche a costo di inventarli...)
D'altra parte...per affermare che una sofferenza ci si possa illudere si superarla con un'altra...neanche serviva l'esperto USA! Bastava la vecchissima barzelletta di quello che, in una vita grama, indossa scarpe di due numeri inferiori al proprio...che così gode (almeno) alla sera quando se le toglie.

La mia critica apertissima è al tuo consiglio al sofferente di dare per scontato che "se soffre...è perchè è stato danneggiato da altri".

E' un'affermazione talmente falsa e grave da meritare segnalazioni in opportune sedi extra-Forum.
Con affermazioni di questo genere si raccatta qualche...cosa... (e lasciamo perdere cosa) alla faccia di chi soffre, in una captatio benevolentiae che ha dell'ORRIDO, sia sul piano intellettuale che sul piano pratico (e saltiamo a piè pari quello Etico, che altrimenti ci si fa male sul serio) .

La stragrandissima maggioranza delle persone che "soffrono e non sanno perchè" NON è di stupidi e NON è di persone da affabulare con l'idea che qualcuno possa averne violato l'integrità! NO!
La maggior parte di questi sofferenti è di Persone che per una piega del loro DNA interiorizza in modo diverso rispetto al "normale" fatti ed eventi che per altri sarebbero del tutto ovvi e ininfuenti. E il problema NON è in chi li circonda, ma E' nei loro codici.
Possono superare questa sofferenza?
Certo che sì!
Ma la possono superare guardando in se stessi (santo e benedetto esame di coscienza del catechismo, che è il prototipo dell'autoanalisi!) e NON AGGRAVANDO la loro posizione (mediamente vitimistica di default) con un MICIDIALE QUANTO INSANO E FALSO "se soffri ti hanno danneggiato" ...e pure con aggiunta inevitabile di "cerchiamo quale può essere il colpevole...che dopo che ce lo siamo inventati stai pure peggio di prima, e resti sempre persuaso di essere una vittima, INVECE di farti capire che potresti e dovresti essere IL protagonista della tua vita, sol che ti guardi DENTRO" (e con aiuti professionali che ...professionali SIANO!).
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Re: Una chiave di lettura sull'autolesionismo

#4 Messaggio da anonimopratese »

Saro’ orrendamente lungo, perche e’ un tema – l’autolesionismo - che mi tocca personalmente e su quale ci rifletto da anni e questo intervento e’ il risultato delle mie riflessioni che mi porto dietro.
Mi tocca perche, sebbene in misura lieve, ne soffro anche se soffrirne e’ una parola fuorviante. Meglio, a mio avviso, dire che utilizzo questa modalita’ per gestire problematiche irrisolte.
Un passo alla volta ci arriviamo, per chi ha pazienza di leggere. Per chi non ha pazienza e non legge, ha la mia comprensione e puo solo leggere la parte finale composte da 3 frasi. Può anche chiudere qua!

E’ necessario distinguere innanzitutto due piani che vengono facilmente confusi. Da una parte vi sono le condizioni che producono o favoriscono la sofferenza psichica: traumi, esperienze relazionali, storia personale, micro-eventi ripetuti, conflitti, strutture psichiche non sufficientemente mature, difficoltà di rappresentazione e simbolizzazione, vulnerabilità biologiche e neurobiologiche, eventuali predisposizioni genetiche. Non esiste quindi necessariamente una causa unica: ogni soggetto costruisce la propria particolare storia della sofferenza. Quindi in merito agli altri interventi : no solo traumi, no solo DNA, ma una storia personale unica per ogni soggetto. Non entrero’ in una casistica di queste storie perche servirebbe a poco.
Dall'altra parte vi è l'autolesionismo propriamente detto, cioè il comportamento attraverso il quale il soggetto reagisce a uno stato interno divenuto difficile da tollerare.
La distinzione è fondamentale: la causa della sofferenza non è ancora la causa dell'autolesionismo. Un trauma può contribuire a generare una determinata tensione psichica, ma non contiene necessariamente in sé il comportamento autolesivo. Fra l'una e l'altro esiste un processo intermedio: il modo in cui quella sofferenza viene percepita, rappresentata, simbolizzata, elaborata e regolata dal soggetto.
In questa prospettiva, l'autolesionismo non dovrebbe essere considerato semplicemente come un'altra forma della patologia che lo precede. È, prima di tutto, un tentativo di reazione a quella condizione, per quanto possa essere inadeguato, paradossale, distruttivo o soltanto temporaneamente efficace.
Dire che è un tentativo di reazione non significa attribuirgli razionalità o efficacia. Significa distinguere due domande: che cosa ha prodotto la sofferenza? e che cosa cerca di ottenere il soggetto attraverso l'atto?
È precisamente nello spazio fra queste due domande — fra la genesi della sofferenza e la risposta del soggetto ad essa — che si colloca il problema dell'autolesionismo, comportamento che a prima vista può apparire assurdo: perche aggiungere sofferenza alla sofferenza? (come scrive appunto Claudia)

Le tematiche che seguono non si escludono reciprocamente e possono essere presenti contemporaneamente, con intensità diversa. Non costituiscono una spiegazione definitiva, ma solo alcune ipotesi interpretative e speculative che spero interessanti.

1. Il dolore fisico come modificazione dello stato psichico
Lo stimolo doloroso attiva i sistemi coinvolti nella percezione e nella modulazione del dolore, compresi i sistemi degli oppioidi endogeni, come le endorfine. Questi sistemi partecipano anche alla regolazione dello stato affettivo interno.
Il risultato può essere una diminuzione della tensione, una modificazione dello stato emotivo e, in alcune persone, una sensazione di sollievo e un cambiamento del tono dell'umore che induce una riduzione della sofferenza psichica primaria. Quindi non solo analgesia ma modifica dell’umore che cambia la percezione della sofferenza.
Il dolore fisico, inoltre può catturare totalmente l'attenzione. L'esperienza psichica diffusa viene temporaneamente sostituita da una sensazione corporea precisa.
La sequenza può quindi essere:
tensione psichica diffusa → dolore fisico circoscritto → spostamento dell'attenzione → modulazione del dolore → modificazione dello stato affettivo → sollievo.
Il sollievo non significa che il problema originario sia stato risolto: è una modificazione dello stato interno, non della causa che lo ha prodotto.
Proprio per questo può instaurarsi un processo di rinforzo: se un determinato atto riduce rapidamente uno stato interno intollerabile, il soggetto può apprendere in automatico e senza esserne cosciente che quell'atto è un efficace regolatore della sofferenza. Di fronte a una tensione simile, l'impulso può quindi ripresentarsi. Il sollievo, anziché aprire una via d'uscita, può contribuire a costruire un circuito che intrappola il soggetto nella ripetizione.

2. Dalla sofferenza all'atto: corpo, capacità d'agire e potere
La spegazione neurobiologica a mio avviso non e’ esaustiva. C’e’ dell’altro sotto.
Il dolore psichico può essere diffuso, difficile da localizzare, privo di confini precisi. Non sappiamo necessariamente dove finisca, quanto durerà, che cosa lo produca o come interromperlo. Questa indeterminatezza può accrescere il senso di impotenza.
Il dolore fisico è invece localizzabile. È «qui». Ha un'intensità percepibile, un confine corporeo e una causa immediatamente riconoscibile. Nel caso dell'autolesionismo, inoltre, è prodotto intenzionalmente dal soggetto.
Avviene così una prima trasformazione:
«Qualcosa mi sta accadendo» → «faccio qualcosa».
Il corpo non è quindi soltanto il mezzo attraverso cui viene espressa una sofferenza già costituita. Può diventare il luogo nel quale una sofferenza diffusa viene resa concreta, delimitata e modificata. Ciò che prima era difficile da localizzare e da controllare acquista una forma corporea precisa, sulla quale il soggetto può intervenire direttamente.
Ma il significato dell'atto non si esaurisce nella concretizzazione della sofferenza. L'elemento decisivo è il cambiamento della posizione del soggetto rispetto a ciò che gli accade.
«Non posso fermare ciò che mi sta accadendo» → «posso fare qualcosa».
L'autolesionismo può così trasformare una condizione vissuta come passiva in un'azione intenzionale. Il soggetto non ha necessariamente acquisito potere sulla causa originaria della sofferenza: non ha cancellato il trauma, risolto il conflitto o modificato ciò che realmente lo fa soffrire. Ha però prodotto una modificazione reale del proprio corpo e, attraverso di esso, della propria esperienza interna.
Può verificarsi così una temporanea riacquisizione della capacità d'agire: la percezione di essere nuovamente colui che produce un'azione e non soltanto colui al quale le cose accadono.
Il passaggio fondamentale diventa:
impotenza → azione → modificazione della realtà → percezione di efficacia.
A questo punto emerge la dimensione del potere. Quando il soggetto non riesce a modificare la realtà nella quale è immerso, il corpo può rappresentare una delle poche realtà sulle quali conserva un accesso immediato. Il potere che non riesce a esercitare sulla situazione può allora essere spostato sul proprio corpo.
Non è un potere reale sulla causa della sofferenza, e proprio per questo è un potere paradossale e in parte illusorio. Ma la sensazione di avere prodotto un cambiamento può essere concreta.
Il paradosso dell'autolesionismo può allora essere formulato così:
un soggetto che non riesce a esercitare il proprio potere sul mondo può finire per esercitarlo sul proprio corpo.

L'autolesione può quindi contenere contemporaneamente distruzione e tentativo di conservazione, perdita di controllo e tentativo di recuperarlo.
Il corpo diventa il punto nel quale la sofferenza subita può essere trasformata in un atto, e l'impotenza in una, seppur paradossale, esperienza di capacità d'agire.

3. La dimensione relazionale e sociale
Se si prende sul serio questa dimensione del potere generato dall’atto, la spiegazione non può rimanere interamente intrapsichica.
Il rapporto fra capacità d'agire e impotenza si forma anche nelle relazioni. Esperienze ripetute di dipendenza, controllo, umiliazione, mancato riconoscimento, impossibilità di opporsi o incapacità di modificare la propria situazione possono contribuire a costruire un soggetto che sperimenta il proprio potere d'azione come fortemente limitato.
La struttura sociale non deve essere concepita come una semplice causa esterna che produce direttamente l'autolesionismo. Può entrare nella struttura psichica attraverso l'esperienza ripetuta dei rapporti di potere, attraverso le relazioni nelle quali il soggetto impara quanto può o non può modificare ciò che gli accade.
In questa prospettiva, l'atto autolesivo può assumere una funzione particolare: produrre direttamente una trasformazione laddove il soggetto non riesce a produrla nella situazione che genera la sofferenza.
Il potere viene così recuperato, ma spostato: dalla situazione al corpo, dall'esterno al Sé, dal rapporto con l'altro al rapporto con il proprio organismo.

Finale

L'autolesionismo può essere concepito, in alcune configurazioni, come un tentativo di reagire a una sofferenza che il soggetto non riesce sufficientemente a rappresentare, elaborare o modificare attraverso la parola, il pensiero, la relazione o l'azione sulla realtà esterna.
L'atto trasforma allora una condizione vissuta come passiva, diffusa e incontrollabile in una modificazione concreta del corpo e dello stato interno, producendo talvolta sollievo e una temporanea percezione di efficacia.
Il suo paradosso fondamentale è che il soggetto può tentare illusoriamente di riacquisire capacità d'agire e potere proprio sul corpo, quando non riesce più a esercitarli sulla realtà che genera la sua sofferenza.

Infine, in estrema sintesi, l’autolesionismo potrebbe configurarsi come il tentativo di riappropriarsi del potere d’agire quando questo sfugge al soggetto, privandolo del senso e del significato della propria esperienza.
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Re: Una chiave di lettura sull'autolesionismo

#5 Messaggio da ClaudiaK »

anonimopratese ha scritto: 21/08/2026, 19:15 3. La dimensione relazionale e sociale
Se si prende sul serio questa dimensione del potere generato dall’atto, la spiegazione non può rimanere interamente intrapsichica.
Il rapporto fra capacità d'agire e impotenza si forma anche nelle relazioni. Esperienze ripetute di dipendenza, controllo, umiliazione, mancato riconoscimento, impossibilità di opporsi o incapacità di modificare la propria situazione possono contribuire a costruire un soggetto che sperimenta il proprio potere d'azione come fortemente limitato.
La struttura sociale non deve essere concepita come una semplice causa esterna che produce direttamente l'autolesionismo. Può entrare nella struttura psichica attraverso l'esperienza ripetuta dei rapporti di potere, attraverso le relazioni nelle quali il soggetto impara quanto può o non può modificare ciò che gli accade.
In questa prospettiva, l'atto autolesivo può assumere una funzione particolare: produrre direttamente una trasformazione laddove il soggetto non riesce a produrla nella situazione che genera la sofferenza.
Il potere viene così recuperato, ma spostato: dalla situazione al corpo, dall'esterno al Sé, dal rapporto con l'altro al rapporto con il proprio organismo.
A me sembra che la tua analisi sia più che persuasiva, e che la logica dello "esercito su me stesso il potere che non ho altri spazi per esercitare" potrebbe addirittura essere trasversale a moltissimi (se non tutti) i disturbi mentali. In questo momento penso all'anoressia. Ma mi torna alla mente un altro 3D recente, in cui si dicuteva dell'ideazione suicidiaria proprio come applicativo dell'unico potere esercitabile in totale autonomia.
Sono poi altrettanto persuasa che l'istinto al potere si strutturi (e quindi si formi o deformi) in ambito relazionale.
L'unico tuo passaggio che non mi convince o, più esattamente, che non trovo esaustivo, è quello relativo all'idea che il danno che genera la postura disfunzionale dell'autolesionista (come dell'anoressico, o dell'aspirante suicida, o del narcista e della sua "ferita", ecc.) si crei sempre in un contesto relazionale che possa dirsi oggettivamente lesivo.
Diamo doverosamente per ovvio che contesti relazionali oggettivamente vessatori e abusanti possano generarsi e altrettanto oggettivamente indurre alla risposta disfunzionale del sofferente.
Ma, oltre a questa possibilità , non credo sia negabile o sottovalutabile il fatto che la soggettiva decodifica sia altrettanto o più spesso viziata, a priori e a prescindere, da una percezione e metabolizzazione individuale che è essa stessa "difettata".

Non ho mai avuto il problema dell'autolesionismo nè quello dell'anoressia-bulimia, ma ho dovuto studiarmi per bene la "ferita narcisistica" ...essendone io MOLTO ferita da narcisista maligno in famiglia.
Nel mio niente, questo "studio" mi ha enormemente confortata, nel momento in cui (come accennavo sopra) mi conferma (da esimi Psichiatri ...più orientati alle Neuroscienze che alla psicoanalisi) che la "ferita narcistica" è spessissimo la risultante di contesti relazionali che non hanno nulla di vessatorio, e che vengono letti come oltraggiosi e vessatori SOLTANTO PER la decodifica disfunzionale del "ferito".
Anoressia? Idem! Ma qui è più semplice la dimostrazione del mio assunto, poichè increduli apprendiamo da chi cura l'anoressica (parlo al femminile perchè è più frequente al femminile) , apprendiamo increduli che l'anoressica persevera nel rifiuto del cibo, anche quando ha raggiunto la pericolosissima soglia del 40 kg per 1,75 di altezza, perchè specchiandosi continua a vedersi obesa!
E questa ideazione/suggestione, come per moltissime ipotesi di "ferita narcistica", NON corrisponde ad alcuna realtà oggettiva, ed è solo frutto di codici disfunzionali che esistono soltanto nella struttura psichica del sofferente.

Per cui, anche tornando al tema apertamente polemico su cui mi ero soffermata in precedenza, è scorrettissimo e dannosissimo (oggettivamente, e non "secondo me") lanciare lo spot wannamarchiano e antiscientifico del "se soffri vuol dire che sei stato danneggiato da altri!(con sottotitolo implicito : magari li vogliamo cercare insieme i colpevoli?)". E come tutte le indicazioni FALSE può condurre a catastrofi! (in concreto : non oso immaginare quali effetti potrebbe produrre nel congiunto narcisista maligno di cui parlavo, e che è mio fratello, autolesionista in senso lato in tutti i modi possibili e ipervittimista già di suo, se qualcuno lo avesse "consolato" con lo spot wannamarchiano; ma è altamente probabile che lo avrebbe motivato a "riscattarsi" da ferite che sono solo nella sua testa...diventando un pluriomicida. HORROR!)
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Re: Una chiave di lettura sull'autolesionismo

#6 Messaggio da Navigator63 »

anonimopratese ha scritto: 21/08/2026, 19:15Saro’ orrendamente lungo, perche e’ un tema – l’autolesionismo - che mi tocca personalmente e su quale ci rifletto da anni e questo intervento e’ il risultato delle mie riflessioni che mi porto dietro.
Grazie per il tuo intervento, dettagliato e rivelatore, nonché dotato di un'intensità che solo chi qualcosa lo vive dall'interno può avere.

Mi trovo fondamentalmente d'accordo con quanto da te esposto, e peraltro lo riscontro anche con quanto scrive il Dr. Van Der Kolk nel suo libro (di cui ovviamente ho riportato solo un frammento, ma che merita la lettura per quelli coinvolti nel tema).

Ho solo una perplessità: tu descrivi l'autolesionismo come una sorta di intenzionalità che la persona opera per riprendere una specie di "controllo" su se stessa e la sua sofferenza. Il che ha certamente senso nella tua spiegazione, e non dubito possa valere per alcuni - probabilmente tu incluso.
Però dai racconti di altri ho ricavato la netta impressione che in quei casi non vi sia alcuna intenzionalità, che anzi la persona autolesionista sia preda di qualcosa che non comprende e più forte di lei - come se fosse "posseduta" da una forza superiore - contro cui non ha la forza di opporsi. In questi casi non ravvedo un senso di "controllo su di sé", ma anzi di impotenza: la persona non vorrebbe tagliarsi ma non riesce a farne a meno, se ne vergogna, e lo vive come una specie di incapacità o debolezza.

Quindi ti chiedo: è possibile che la tua ipotesi valga per alcuni autolesionisti, ma non per tutti, e che quel senso di "controllo su di sé", di essere "attore" e non vittima passiva, non sia comune a tutta la casistica dell'autolesionismo?
Lo chiedo perché la tua descrizione mi ha dato l'impressione di essere un "Così funziona l'autolesionismo" (ma magari ho frainteso), invece che "Così è l'autolesionismo per me - o per alcuni". :mmm2:

Rinnovo cmq l'apprezzamento per la tua esposizione. Lo scopo di questo 3D era proprio di suscitare una condivisione e una discussione sul tema, che aiutasse chi vi si ritrova a sviluppare una maggiore chiarezza sulla propria condizione, ed il tuo post va in quella direzione. :)
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Re: Una chiave di lettura sull'autolesionismo

#7 Messaggio da anonimopratese »

Salve,
non ho potuto rispondere prima. Grazie dei commenti a Claudia e Navigator: mi hanno fatto riflettere.

Claudia
Sì, penso anch'io che il meccanismo del recupero del potere attraverso un'azione sul proprio corpo possa essere trasversale a disturbi molto diversi. Questo però non significa che i disturbi siano tutti riconducibili allo stesso meccanismo: ognuno conserva la propria specificità, pur potendo condividere alcuni processi profondi.
Sulla questione relazionale, ti do ragione. Può esserci, ma può anche non esserci. È un fattore possibile, non necessariamente presente. A questo proposito mi sono reso conto di essere caduto proprio nella trappola che avevo segnalato: ho mescolato causa ed effetto.
Il problema relazionale non contiene in sé la causa dell'autolesionismo. Può essere una delle condizioni che contribuiscono a generare una sofferenza che, in determinati soggetti, può successivamente trovare una risposta autolesiva attraverso le dinamiche descritte nei punti 1 e 2. Il punto 3, quindi, appartiene a un piano diverso: non descrive la reazione alla sofferenza, ma una delle possibili condizioni che possono contribuire a generarla.
Sulla ferita narcisistica, sono d'accordo con te. Una sofferenza può nascere in contesti oggettivamente lesivi, ma può anche derivare dalla particolare modalità con cui il soggetto decodifica esperienze che, per altri, non avrebbero necessariamente lo stesso effetto.
Aggiungerei però che non è indispensabile supporre fin dall'inizio una struttura già «difettata». Anche una persona sostanzialmente funzionale può essere progressivamente modificata da una successione di esperienze, magari minime singolarmente, che attraverso la ripetizione e il reciproco rinforzo finiscono per consolidare una modalità disfunzionale di interpretare e affrontare la realtà.
In questo senso, tutti incontriamo nella vita delle ferite narcisistiche. La differenza, forse, sta anche nella possibilità di utilizzarle per costruire nuove modalità di rapporto con sé, con gli altri e con la realtà. Una personalità sufficientemente armonica può trasformare queste esperienze in occasioni di adattamento e maturazione; in altri casi possono invece consolidarsi risposte regressive, rivendicative, aggressive o di rinuncia.
Non parlerei quindi di colpe o responsabilità, ma di funzionamento: di come determinate esperienze vengono metabolizzate da una determinata struttura psichica e di come, nel tempo, questa stessa struttura possa a sua volta modificarsi.

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Sulla tua osservazione hai ragione a farmi notare il problema dell'intenzionalità. Se dal mio scritto traspare l'idea di un'intenzionalità cosciente, ho scritto male. Non era questo che intendevo.
Non penso necessariamente a una programmazione consapevole dell'atto. Al contrario, penso che i processi fondamentali possano rimanere al di là della presa di coscienza del soggetto e agire in larga parte a sua insaputa.
Per questo la tua descrizione della persona che si sente quasi «posseduta» da qualcosa che non comprende è compatibile con la mia idea. Il fatto che l'atto possa avere una funzione non significa che il soggetto ne conosca la funzione.
Qui, secondo me, sta un punto importante.
Il controllo e il recupero del potere possono essere inconsapevoli, parziali e persino illusori, ma questo non impedisce che producano effetti reali sullo stato psichico.
Chi si ferisce, così come chi può arrivare a esercitare un controllo estremo sul proprio corpo attraverso il digiuno, può sperimentare qualcosa come: «almeno qui comando io». Non significa necessariamente che lo pensi consapevolmente in questi termini. Significa che l'atto può restituire, almeno temporaneamente, una percezione di controllo e di efficacia proprio là dove il soggetto sperimenta impotenza.
La sofferenza primaria, invece, arriva come qualcosa che non controlla: non sa quando arriverà, da dove arriverà, quanto durerà. È come la pioggia.
Per questo distinguerei l'intenzionalità cosciente dall'organizzazione funzionale dell'atto. Un comportamento può avere una funzione psichica senza che il soggetto sappia quale sia.
La mia interpretazione nasce anche da un lavoro di introspezione, attraverso il quale ho cercato di riconoscere alcuni meccanismi che possono agire sotto la soglia della coscienza. Per questo ho generalizzato. Ma forse la cosa andrebbe formulata piu prudentemente: è possibile che alcuni meccanismi fondamentali siano comuni, mentre il loro peso, la loro combinazione e il loro esito cambino profondamente da persona a persona.

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Re: Una chiave di lettura sull'autolesionismo

#8 Messaggio da Navigator63 »

anonimopratese ha scritto: 08/09/2026, 19:35Non penso necessariamente a una programmazione consapevole dell'atto. Al contrario, penso che i processi fondamentali possano rimanere al di là della presa di coscienza del soggetto e agire in larga parte a sua insaputa.
Per questo la tua descrizione della persona che si sente quasi «posseduta» da qualcosa che non comprende è compatibile con la mia idea. Il fatto che l'atto possa avere una funzione non significa che il soggetto ne conosca la funzione.
Ok, questo è un chiarimento importante. Certo sono due aspetti che possono coesistere.
Il controllo e il recupero del potere possono essere inconsapevoli, parziali e persino illusori, ma questo non impedisce che producano effetti reali sullo stato psichico.
Assolutamente.
In questo senso utilizzo l'esempio della fede: anche se il dio a cui Tizio crede non esiste... il crederci può portare a Tizio grandi benefici. Il fatto che sia illusorio è irrilevante.
Chi si ferisce, così come chi può arrivare a esercitare un controllo estremo sul proprio corpo attraverso il digiuno, può sperimentare qualcosa come: «almeno qui comando io». Non significa necessariamente che lo pensi consapevolmente in questi termini.
Chiarissimo. Ciò che conta in questi casi è la percezione, non un fatto reale. La sensazione o stato d'animo che un certo atto provoca. Nel tuo esempio, un senso di "agency" (non saprei come tradurlo in italiano).
Significa che l'atto può restituire, almeno temporaneamente, una percezione di controllo e di efficacia proprio là dove il soggetto sperimenta impotenza.
Nel libro sui traumi che ho citato, l'autore dice che il trauma ha effetti gravi anche per il senso di impotenza (il bambino che non può difendersi), mentre un senso di agency / controllo sulla situazione attenua invece gli effetti del trauma.
Sembra una differenza sottile ma può invece risultare significativa.
Per questo distinguerei l'intenzionalità cosciente dall'organizzazione funzionale dell'atto. Un comportamento può avere una funzione psichica senza che il soggetto sappia quale sia.
Chiarissimo. Complimenti per la conspevolezza che hai raggiunto, resa evidente dalla chiarezza con cui descrivi questi meccanismi.

A questo proposito, ti chiederei se questa conspevolezza (immagino acquisita nel tempo) ti abbia aiutato, almeno in parte, a diminuire la sofferenza o a gestirla meglio.
è possibile che alcuni meccanismi fondamentali siano comuni, mentre il loro peso, la loro combinazione e il loro esito cambino profondamente da persona a persona.
Concordo pienamente. Le cause di sofferenza sono alquanto comuni, ma poi ognuno le vive a modo proprio, ed ha la sua storia personale unica - per quanto simile ad altre. Anche per questo non credo alle "ricette universali" che sistemano tutto.

Credo che questo sia anche ciò che Tolstoj voleva dire con la sua frase: "Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo." L'infelicità è personale, soggettiva ed - a suo modo - unica.
Il mio Blog "Psicofelicità": https://psicofelicita.blogspot.com/

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Re: Una chiave di lettura sull'autolesionismo

#9 Messaggio da ClaudiaK »

anonimopratese ha scritto: 08/09/2026, 19:35 Non parlerei quindi di colpe o responsabilità, ma di funzionamento: di come determinate esperienze vengono metabolizzate da una determinata struttura psichica e di come, nel tempo, questa stessa struttura possa a sua volta modificarsi.
Concordo, ma non mi sembra di aver mai parlato di "colpe e responsabilità", quanto piuttosto di attribuilità della genesi.
Nel senso che, desunto dalla risposta disfuzionale e variamente autolesionistica il "qualche difetto comportamentale"... credo fermamente con cuore e cervello (e coscienza) che sarebbe altrettanto assurdo sia muovere dal principio che la vittima sia nata "difettata" e sia muovere dal principio che sia "stata difettata" dai contesti relazionali che ha vissuto!
Infatti mi è piaciuto moltissimo il tuo passaggio in cui dici che tutti, vivendo, abbiamo subìto ferite; ma che le personalità equibrate riescono a farne tesoro per riflettere anche su se stesse.
E, chiedo : non è forse già un po' difettato di suo chi vede torti dappertutto e li rumina in un senso di autoinflitta impotenza, anzichè elaborarli e relativizzarli traendone spunti per un'autoriflessione?
Verissimo quel che dici, è cioè che mille micro vessazioni (o ritenute tali) sono "la goccia che scava la pietra". Però funziona così tra rocce, che non possono in alcun modo cambiare nè il punto di gocciolamnto tra le rocce superiori e nè il punto di caduta sulla roccia vittima.
Tra umani (che non siano di granito) la possibilità di spostare quanto meno il proprio punto di vista, combinando analisi e AUTOanalisi esiste sempre, a meno che non sia inibito in natura da qualche difetto autoctono. Secondo me. :)
Odio le citazioni. Dimmi quello che hai capito TU.
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